Jean Dieuzaide, Salvador Dalí, s.d. Collezione Würth © Jean Dieuzaide. Fonte: Artribune.

di Emanuela di Vivona

Salvador Dalì è noto a tutti non solo per essere il maestro del Surrealismo, ma anche per la sua personalità estroversa e per quel pizzico di follia che l’hanno portato a spaziare in ogni campo artistico, operando anche fuori dalla propria comfort zone.

Grazie a questo modo di concepire l’arte nasce la sua collaborazione con «Vogue» e con il mondo della moda.

Le Copertine possono essere opere d’arte?

La prima copertina appare nel 1939, per l’edizione di giugno. In quel numero l’artista non si limita a creare la prima pagina, esegue anche un’illustrazione: The new color swimsuits. Significativo è l’appoggio che la rivista dà al pittore spagnolo, inserendo al suo interno un articolo celebrativo sull’opera nota come Dream of Venus, che, pur esposta nel padiglione dell’esposizione internazionale del New York World’s Fair, riscosse critiche e perplessità.

Dalì utilizza la prima pagina della rivista come fosse una tela in cui inserire il suo vocabolario surrealista:

una donna in primo piano con la testa fiorata, simbolo di maturità sessuale; un’altra che salta una corda, simbolo dell’infanzia; e, in lontananza, una nave scheletrica metafora della tristezza delle cose passate.

Salvador Dalì, copertina Vogue, giugno 1939. Image Credits: art.com

Salvador Dalì, copertina Vogue, giugno 1939. Image Credits: art.com

La seconda copertina viene realizzata nell’aprile del 1944.

Chiara è l’allusione alla situazione bellica in atto.

La scena si svolge in un ambiente costruito prospetticamente da linee di fuga, al cui centro si trova una giovane donna che volge lo sguardo ed il suo corpo verso un cavaliere armato di lancia. Sulla sinistra altre due figure femminili sono ritratte con le braccia alzate e in primo piano un grande masso con sopra una formica.
Su tutta la scena si staglia la scritta «Vogue» sovrastata da una serie di rondini in volo che danno vita ad un volto umano.

Un probabile autoritratto dell’artista.

Il masso, nelle opere di Dalì, solitamente evoca la terra madre, le rocce di Cadaqués, e la formica simboleggia la morte e la decadenza. In questo caso, quindi, può essere interpretata come la morte della patria, afflitta dalla guerra civile. La figura della donna al centro che sembra fermare il cavaliere può essere vista come una personificazione, una forza che dovrebbe bloccare definitivamente la guerra infausta.

Salvador Dalì, copertina Vogue, aprile 1944. Image Credits: art.com

Salvador Dalì, copertina Vogue, aprile 1944. Image Credits: art.com

Nel numero di Natale del 1946 il pittore punta sull’illusione: tutto è spaccato in due, l’uno è il doppio dell’altro. Uno scenario invernale con tradizionali alberi natalizi, posti su due strutture ad arco e due colonne staccate.

Era forse un portale, un passaggio? Ma verso cosa?

Naturalmente rimane il mistero, ma ciò su cui l’artista gioca è il fatto che, riunendo le due metà, si crea un viso di una donna.

Salvador Dalì, copertina Vogue, numero di natale del 1946. Image credits: Adobe.

Salvador Dalì, copertina Vogue, numero di natale del 1946. Image credits: Adobe.

Per il numero di Natale di «Vogue Paris»  nel 1971 raffigura un’immagine generata dalla sovrapposizione del viso di Marylin Monroe e di Mao Tse Tung.

Una scelta se vogliamo “politica”, un messaggio sarcastico che univa due mondi in forte contrasto tra loro: gli Stati Uniti d’America e la Cina.

Salvador Dalì, copertina Vogue Paris, numero di natale 1971. Image Cretits: Ideanow.online

Salvador Dalì, copertina Vogue Paris, numero di natale 1971. Image Cretits: Ideanow.online

Abiti surrealisti tra le pagine di «Vogue»

Nel lavorare con Vogue, Dalì rimane incuriosito dal mondo della moda e giunge alla conclusione che la vera essenza della persona, intesa come immagine sociale, non si trova nel corpo, ma nell’abito.

L’abito è uno strumento di comunicazione. Fin da subito avvia una collaborazione con due stiliste che hanno segnato la storia della moda, Coco Chanel e Elsa Schiaparelli. E proprio la stilista italiana, apprezzando fin da subito l’arte surrealista, è in grado di tradurre i concetti di Dalì sulla stoffa.

Cecil Beaton, Wallis Simpson al castello di Candé con l'abito di Schiaparelli e Dalì, pubblicata su Vogue nel 1938. Image Credit: The Red List.

Cecil Beaton, Wallis Simpson al castello di Candé con l’abito di Schiaparelli e Dalì, pubblicata su Vogue nel 1938. Image Credit: The Red List.

Esempi dell’influenza di Salvador Dalì sulle creazioni di Elsa Schiaparelli sono il tailleur con le tasche a forma di cassetti del 1936, fotografato da Cecil Beaton e pubblicato su «Vogue» nello stesso anno; The Lobster Dress del 1937 fotografato sempre da Cecil Beaton apparso sulla rivista nel 1938; The Skeleton Dress del 1938; e soprattutto il famoso Shoe-hat della collezione autunno-inverno del 1937-38. È stato infatti lo stesso Dalì ad avere l’idea, e la stilista prese spunto da una foto dell’artista a Port Lligat che lo rappresentava con una scarpa di Gala in testa e l’altra sulla spalla.

André Caillet, foto di Gala con the Shoe Hat di Elsa Schiaparelli ispirato ad una foto di Dalì, 1938. Image Credit: The Red List.

André Caillet, foto di Gala con the Shoe Hat di Elsa Schiaparelli ispirato ad una foto di Dalì, 1938. Image Credit: The Red List.

@emanueladivivona_