di Eleonora Vallin

Volterra non è solo terra di etruschi e alabastri.

Per il visitatore più inquieto (e curioso) c’è un itinerario meno turistico da scoprire con animo e spirito saldi. Un percorso profondo che si avviluppa nelle viscere dell’essere umano che, nello specchiarsi con la follia, ritrova molti aspetti della sua natura più cupa, talvolta repressa, altre volte mal celata: la sua isola perduta nell’oceano della ragione.

Ex Manicomio di Volterra

è una struttura più nota ai locali che ai forestieri. Le battute che i toscani sogliono da sempre fare sul “venire da Volterra” o “l’essere di Volterra” trovano nella collina che sovrasta la Chiesa-Convento di San Girolamo radici e ragion d’essere.
Nata come centro caritatevole per i poveri e i mendicanti, nel 1888 divenne asilo per dementi, quindi frenocomio e poi ospedale neuropsichiatrico (1934) in un periodo complesso delle vicende italiane che coincisero con due grandi conflitti mondiali e, di mezzo, l’epoca fascista. 
Le guerre, il duce, la mancanza di una lingua comune scritta e parlata nonostante lo sciacquo in Arno dei panni, crearono tutte le condizioni per rinchiudere persone, uomini e donne come noi dietro gabbie alle finestre.

Per essere internati bastava un’impegnativa del medico che facesse riferimento alla legge 36/104 senza spiegare la patologia,

la denuncia pubblica di alcuni cittadini, la segnalazione di un familiare che spesso era marito.

La lista delle patologie di cui poteva essere affetta una donna per essere internata in manicomio fa letteralmente rabbrividire: loquace, stravagante, capricciosa, nervosa, irritabile, insolente, erotica, rossa in viso, bugiarda e civettuola.

E sono solo le prime dieci!

L’agghicciante lista delle “patologie” femminili che potevano condannare le donne all’internazione a Volterra – © Photo credit Eleonora Vallin

Furono internati connazionali sardi perché parlavano una lingua incomprensibile. Ma era il loro dialetto. Ex militari incapaci di re-intergrarsi socialmente dopo gli eventi bellici, down, invalidi, menomati, persone che la famiglia non voleva anche per questioni di denaro.

Ma una volta dentro, non si usciva più; nei casi più fortunati passavano mesi, anni. Più ci si agitava perché si era e ci si sentiva sani, e si voleva confermare questa “normalità”, più il sistema ti tranquillizzava.

Li chiamavano “sonnellini”, gli elettrochoc che rendevano catatonici!

La storia è anche fare i conti con questo. Ma qui non è né l’occasione né il contesto per puntare il dito su ciò che in cuor nostro tutti sappiamo e che la Legge Basaglia ha voluto cambiare. Anche, in molti casi, facendo uscire da questi luoghi, tutto sommato protetti, persone che non avevano più una vita, una famiglia, non avevano interessi, obiettivi, lavoro.

Ex manicomio di Volterra -© Photo credit Eleonora Vallin

La struttura di Volterra ospitò 15mila persone (di ognuna si serba ancora una cartella clinica coperta da privacy); il manicomio chiuse nel 1978 ma di fatto non cessò mai di esistere con il progressivo dimagrimento fino a quota 90 pazienti.
A Volterra si compie dunque un viaggio nel tempo recente: qui il dottor Luigi Scabia, arrivato da Genova, trovò nel lavoro il cavillo per rendere operativi, e forse utili anche a sé stessi, i malati che arrivavano da tutta Italia alla ricerca di ricovero. E a Volterra c’era spazio. La struttura, la più grande d’Italia, è composta da numerosi edifici con capienza fino a 500 persone l’uno e fu perlopiù costruita dai malati stessi.

Oggi ne restano le rovine spettrali e i fantasmi di ciò che fu il ricovero per le follie divise per sesso o tema: folli e donne, folli e carcerati, folli e malati di tubercolosi, folli e sudici, folli e autosufficienti. Parliamo di 400 mila metri quadri di suolo e terreni.

La visita dura quasi due ore di passeggiata tra le colline e gli esterni di questi padiglioni.

Il culmine è in cima al colle quando, una volta tolto il lucchetto del cancello del Ferri, il padiglione giudiziario, sotto delle malmesse tettoie si può leggere il graffito del giovane Fernando (Oreste, nome di fantasia) Nannetti. Lui si firmava “NOF4, Colonnello astrale”. Lo scrisse ancora ventenne per nove anni consecutivi con la fibbia del gilet e la cosa più sorprendente è che gli fu permesso di farlo. E’ un libro a pagine di scritte e disegni, fatti anche accerchiando la testa dei catatonici seduti sulle panchine. In parte gli intonaci sono stati staccati e portati al Museo nella reception da dove inizia il tour. L’opera più importante l’hanno svolta però gli svizzeri di Losanna, calcando i muri e riproducendo su carta l’opera di 70 metri divenuta art brut e, di fatto, il primo libro moderno di pietra.

il graffito del giovane Fernando Nannetti – © Photo credit Eleonora Vallin

Molte frasi non hanno senso ma se è vero che, all’anagrafe, la storia del Nannetti dice poco di significativo: “Nato a Roma, di padre ignoto, morto nel 1994 a Volterra, internato per oltraggio a pubblico ufficiale”, tutto il non detto (e il resto) prende senso e forma in questi muri. Che sono divenuti arte.

La visita finale al museo aggiunge alcuni elementi nei reperti: disegni, foto, lettini ospedalieri, attrezzi chirurgici. Ma il consiglio è di proseguire la visita online con i filmati e le storie vere delle persone che hanno dato l’ok all’utilizzo della loro voce per capire. I ritagli di giornale accendono poche e fioche luci su quegli anni bui: “Impazzisce dopo aver sognata una grossa vincita alla roulette”, “Ritrova la moglie in manicomio dopo averla pianta per sei anni”, “Ruba 5 milioni per curare la figlia: ossessionata, pensava avesse il cancro”.
Un deciso contributo multimediale renderebbe l’esperienza con la follia di questo borgo della Toscana ancora più forte ed empatica. Ma c’è da ringraziare “Inclusione Graffio e Parola Onlus” e il progetto ManicomiodiVolterra.it nato solo nel 2019 che nonostante tutto, anche la mancanza di fondi, ci permette di vederci dentro e capire.

Cit. “Come / una / Farfalla / Libera. / son / Io / Tutto / il / Mondo. / è mio e / Tutti / fo / Sognare”.

In copertina: Installazioni di cartapesta al manicomio di Volterra – © Photo credit Eleonora Vallin 

@eleonoravallin