Photo Credit: Elena Soldivieri

di Elena Soldivieri

Per ognuno di noi il body shaming è perennemente in agguato, pronto a somministrarci la nostra dote di inadeguatezza giornaliera.
La lista di ciò che silenziosamente o meno comunica a qualsiasi tipo di donna che il suo corpo non è abbastanza, (bello, simmetrico, scolpito…) è infinita.  A poco servono iniziative come quella di Gucci con Armine per cambiare le carte in tavola nel luccicante, fascinoso, spietato e molto poco etico mondo della Moda e, di certo, non mutano i canoni di bellezza su cui la nostra società si fonda.

Se ogni giorno una persona comune percepisce il peso del dover cercare di cambiare il proprio aspetto, non dev’essere stato semplice per un personaggio così esposto al pubblico come Vanessa Incontrada subire anni di opinioni non richieste sul suo corpo e su i naturali mutamenti che affronta.
Quando fai parte dello Star System, la tua intera carriera sembra essere una corsa contro il tempo e le sue conseguenze, oltre che contro la tua stessa natura. Questo vale anche per Vanessa, che sicuramente deve essersi sentita bene con se stessa, orgogliosa e potente (e non possiamo che esserne felici) nel posare per la chiacchieratissima copertina di una nota rivista, dove appare bellissima.

Vanessa Incontrada protagonista della copertina di Vanity Fair. Photo Credits: Ansa.it

Vanessa Incontrada protagonista della copertina di Vanity Fair. Photo Credits: Ansa.it

 

E’ questo il problema: è bellissima. Nonostante abbia parlato di una “nuova bellezza”, Vanessa è molto vicina alla versione più classica che esista della perfezione.  Probabilmente, la sua reale intenzione era quella di vedersi bella su quella copertina (e di mostrarsi consapevole di esserlo) per dare un cosiddetto schiaffo morale a chiunque abbia perso tempo a farla sentire inadeguata. Più che farci sentire in empatia con una donna che mostra con fierezza i suoi difetti (quali?), la sua fotografia stimola un’amara considerazione: anche chi rasenta la perfezione può sentirsi brutto e ha bisogno di dimostrare agli altri il contrario, per dimostrarlo a se stesso.

L’intenzione di Vanessa di ergersi a baluardo dell’accettazione e dell’esaltazione della bellezza di tutti corpi, a prescindere da come essi siano, sembra essere fallita.
Da (quasi) storica dell’arte, mi sono venuti in mente artisti che hanno ritratto donne che sarebbero state perfettamente in grado di rappresentare questo messaggio. Pur essendo strapiena di donne bellissime, spesso rappresentate in modo tale da compiacere lo sguardo maschile, l’arte vanta corpi femminili radicalmente diversi tra loro.  Ne ho selezionati alcuni per voi.

Paul Gauguin

Molte donne lamentano il fatto che i canoni di bellezza odierni si fondano quasi esclusivamente sulle caratteristiche fisiche delle donne bianche. Le donne tahitiane di Gauguin, nonostante siano molto belle, sembrano rappresentare l’esatto contrario di questo canone “bianco-normativo”. Le ritengo capaci di rappresentare una bellezza inclusiva e moderna grazie ai loro lineamenti accentuati, una pelle scura e il loro corpo che non si presenta filiforme e con i caratteri sessuali in evidenza, ma robusto, forte ed in salute.

Nevermore, Paul Gauguin (1897). Photo Credits: frammentirivista.it

Nevermore, Paul Gauguin (1897). Photo Credits: frammentirivista.it

 

Michelangelo Buonarroti

Si dice che il grande Michelangelo non abbia mai visto una donna nuda. Non so dirvi se si tratta semplicemente di una leggenda, ma il modo estremamente virile di rappresentare la fisicità sia di uomini che di donne sembra quasi esserne una conferma.
Le donne di Michelangelo potrebbero rappresentare molte di noi: da coloro che non sono nate nel corpo che avrebbero desiderato, a coloro che debbono sentirsi dire di essere “troppo mascoline” e “troppo muscolose”.

Michelangelo Buonarroti, La Sibilla Delfica, 1508-1512, Cappella Sistina, Roma. Photo Credits: blogromaislove.com

Michelangelo Buonarroti, La Sibilla Delfica, 1508-1512, Cappella Sistina, Roma. Photo Credits: blogromaislove.com

Pieter Paul Rubens

Grasso, rotolini, cosce generose piene di concavità e convessità che sembrano uscite da un progetto del Borromini: le eteree e floride donne del grande Rubens non lasciano nulla all’immaginazione ed espongono con fierezza e grazia ciò che molte di noi si ostinano a vedere come inaccettabili mostruosità!

Le Tre Grazie, Pieter Paul Rubens, 1638, Museo del Prado, Madrid. Photo Credis: Wikipedia

Le Tre Grazie, Pieter Paul Rubens, 1638, Museo del Prado, Madrid. Photo Credis: Wikipedia

Queste donne appartengono ad epoche lontane da noi, ma sono in grado di ricordarci che questa “nuova bellezza”, di cui la rivista parla, di nuovo non ha nulla. L’immensa varietà di corpi e di caratteristiche di cui la femminilità si compone è sempre esistita, molti di questi aspetti sono solo stati messi da parte per portare avanti un “ideale” che di idealistico non ha nulla.
Vogliatevi bene, di qualsiasi forma voi siate.

 


Elena Soldivieri (@elenasdoodles) ha 25 anni ed è una studentessa di Storia e Critica d’Arte con una passione per l’illustrazione e tutto ciò che ha a che fare con le arti figurative.