di Paola Casulli

Il film d’esordio di Paolo Pisanu rivela la grande dote di scrittura e di regia del regista sassarese per questa sceneggiatura scritta a quattro mani con Gianni Tetti nel 2018 e che vince il prestigioso Premio Solinas. Con la trasposizione per il cinema, “Tutti i cani muoiono soli”, diventa un film doloroso, intimo e personale, di grande potenza emotiva.

Il lungometraggio, che pone lo spettatore di fronte ad un vuoto terribile, è la storia di un uomo senza scrupoli, temuto e rispettato per paura, che vive di piccoli crimini. Rudy, questo il nome del protagonista, conosce solo prevaricazione, soprusi e ricatti, raccogliendo il pizzo dai ristoratori anche con la violenza fisica. A sessant’anni, dopo un’esistenza trascorsa da solo, senza affetti e con la perdita del senso profondo di sé, dovrà occuparsi di sua figlia Susanna, affetta da una malattia degenerativa.

Due vite che improvvisamente vengono consegnate, senza alcuna alternativa, l’una nelle mani dell’altra. Costringendo Rudy a fare i conti con se stesso, liberarsi dalla prigionia di una vita vissuta all’insegna della distruttività e del buio dell’anima.

Lo spunto per il film nasce da una conoscenza diretta del regista di due casi reali che hanno di fatto ispirato il carattere dei due protagonisti interpretati da Orlando Ercole Angius, grande attore di teatro, e Francesca Cavazzuti alla sua prima prova sul grande schermo.

I due protagonisti rendono perfettamente questo inferno esistenziale in cui si trovano catapultati. Ispirato dalle opere di Michael Haneke, uno dei registi più controversi e raffinati del cinema europeo degli ultimi decenni, Pisanu ha lavorato per sottrazione con gli attori, adottando nella narrazione un linguaggio asciutto e preciso per sottolineare gli aspetti più desolanti fatti di incomunicabilità e alienazione. Ne è derivato un ritratto realistico e spietato del dramma esistenziale, tragedia di matrice shakespeariana, dove pulsioni, generosità, egoismo, violenza, sangue, vita e morte si susseguono conferendo alla storia un’interpretazione composta ed essenziale ma non per questo meno potente e pervasiva.

Nel rapporto disfunzionale tra padre e figlia, la giovane donna non esita a dimostrare tutto il disprezzo nei confronti di un padre che vivendo di racket, di umano sembra aver conservato ben poco. E l’uomo, che improvvisamente scopre la sua vulnerabilità emotiva, tenta di salvare la figlia da una condizione irreversibile in quella che appare da subito come una missione disperata eppure cammino di perdizione e redenzione necessario. Il difficile ricongiungimento delle due solitudini nel bellissimo film di Pisanu è girato tra Sassari e Platamona durante la pandemia.

La fotografia di Sara Arango Ochoa, colombiana ma sassarese di adozione, ci consegna una Sardegna livida e invernale. Attingendo a un certo cinema scandinavo, l’idea di freddezza, anche interiore, è dato coraggiosamente da un distacco voluto e ricercato dai cliché di un’isola legata allo stupore di paesaggi di prorompente bellezza. Saranno invece le periferie a raccontare lo squallore e il disagio dove la riscoperta di un amore, per fievole che possa essere, diventa una nuova chiamata.

Le musiche originali del film sono del compositore Riccardo Gasperini. È Festa”, brano della cantante sassarese Angela Colombino, è l’unico brano cantato della colonna sonora interamente strumentale. Composto poco prima dell’inizio della pandemia, ha visto la cantante accettare la sfida di cimentarsi per la prima volta su un repertorio inusuale per lei, quello che, in un gioco di specchi, alterna un ritmo sincopato ad un testo volutamente drammatico.

@incantoerrante