di Emanuela Borgatta Dunnett

Museo Civico San Domenico, Forlì – fino al 30 giugno 2024

Londra, 1848. Sette artisti si uniscono per contrastare il forte accademismo e la progressiva banalizzazione della pittura vittoriana che vede in Raffaello un limite impossibile da superare, se non con il recupero del senso estetico primitivo e l’utilizzo di elementi storici ed arcaizzanti. Questo stile pittorico, all’apparenza antico, in realtà sposa la neonata fotografia, lavorando a partire da scatti, oltre che dal vero.
Occorre dimenticare la storia, mirare all’anima di chi ha tradito la verità per la bellezza. Un processo simile a quello intrapreso da William Blake in epoca preromantica con la sua arte visionaria.
Se Raffaello disprezza la semplicità della verità, questi pittori ne vanno alla ricerca e trovano le loro fonti di massima ispirazione nel Medioevo e nella letteratura; che “travestono” e rivisitano, come via di fuga dal proprio tempo.
Partendo da questo presupposto, Dante Gabriel Rossetti, William Holman Hunt, John Everett Millais, Thomas Woolner, James Collinson, Frederick George Stephens e William Michael Rossetti ritengono indispensabile creare delle regole precise che li costringano a tornare alla bellezza e luminosità degli albori dell’arte.

Dante Gabriel Rossetti, La vedova romana, 1874, dettaglio

Nasce, così, la Confraternita dei Preraffaelliti (The Pre-Raphaelite Brotherhood) che si prefigge quattro regole fondamentali:
– Esprimere idee genuine.
– Studiare i moti della Natura per dar loro vita.
– Simpatizzare con tutto ciò che è diretto e sentito nell’arte; a discapito di ciò che è convenzionale e studiato a tavolino.
– Produrre quadri e sculture di alto livello.

Il colore viene steso sulla tela, dapprima dipinta di bianco, a sottolineare la differenza con lo spessore della pennellata che imperversa alla Royal Academy, poiché i preraffaelliti percepiscono che la semplicità è riscontrabile altrove, nel passato.
La Confraternita trova in Dante Gabriel Rossetti il proprio epicentro e, nella sua ossessione per l’omonimo poeta (ereditata dal padre letterato Gabriele) e l’amata Beatrice, un’icona che incorpora tutta la tradizione medievale ed è pregna di significati simbolico-letterari. Non è un caso se Dante Gabriel non riuscirà mai a decidersi tra poesia e pittura, prova ne siano i dipinti molto spesso accompagnati da versi (noti come: doubleworks).
Dotato di immenso estro, si allontana dalla Royal Academy che accusa di indifferenza e mancanza di passione, scrivendo una lettera colma di ammirazione al pittore di ispirazione nazarena Ford Madox Brown, il quale lo accetta di buon grado come allievo. La permanenza nello studio del Maestro, tuttavia, non lo soddisfa; perciò si trasferisce dal pittore William Holman Hunt che più di tutti saprà tenere fede ai principi fondamentali della Confraternita.

Ford Madox Brown,, 1845 – 1853, olio su tela

Partendo da questi presupposti ai quali si aggiunge l’inizio della collaborazione con l’artista destinato a divenire il più celebre fra preraffaelliti (nonché il responsabile morale della rottura del gruppo, all’accettazione della presidenza della Royal Academy): John Everett Millais; si decide all’unanimità di firmare tutte le tele con l’acronimo: PRB (Pre-Raphaelite Brotherhood). Uno dei primi quadri a portare questa sigla è Ecce Ancilla Domini (1850) di Rossetti, che suscita aspre critiche a causa dell’espressione della Vergine Maria (per la quale ha posato la sorella Christina, futura poetessa) troppo dimessa e umana e dell’uso esasperato del bianco, che ne mettono profondamente in dubbio l’abilità tecnica, indiscutibile oggi ma totalmente incompresa a metà Ottocento.

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Nel 1849, Rossetti incontra la modista Elizabeth Siddal e la sofferenza dei suoi occhi, insieme ai modi eterei lo incantano, dando vita ad una storia sentimentale ed artistica destinata a diventare leggenda.
Il volto di Elizabeth è quello di molti dipinti della prima parte della carriera di Dante Gabriel che la identifica completamente nell’amore ultraterreno di Dante Alighieri per Beatrice; soprattutto perché in quegli anni lavora alla traduzione inglese della Vita Nuova, in parallelo alla redazione delle proprie poesie.
Nel 1860, Rossetti e Siddal convolano a nozze. L’unione subisce un duro colpo due anni dopo, quando Elizabeth dà alla luce una figlia nata morta, compromettendo la propria salute psico-fisica per sempre, fino alla tragedia finale che la vede assumere una dose letale di laudano. Il senso di colpa perseguiterà Rossetti per sempre e gli farà prendere la decisione di seppellire tutte le poesie scritte fino ad allora nella tomba di lei, nonché di dipingerne un ritratto postumo – intitolato Beata Beatrix – come segno permanente del suo amore.
Da quel momento non esporrà più in pubblico e venderà quasi esclusivamente a collezionisti.
Il secondo periodo rossettiano, pur rimanendo fedele all’uso del colore, è lontano dai concetti di verità e purezza iniziali, con donne dalle lunghissime chiome, dallo sguardo lontano, dominate da una sensualità complessa. Dante Gabriel torna – al contempo – alla poesia con la raccolta intitolata: Nuptial Sleep. Accortosi che i testi essenziali per la completezza della silloge sono quelli che giacciono con Elizabeth Siddal, ne fa riesumare le spoglie e lascia, di questo momento, una descrizione surreale che vede il corpo della moglie perfettamente preservato, con una capigliatura dalla lucentezza inalterata.
Siamo giunti all’inizio degli anni Ottanta ed il 9 aprile 1882, il cuore dello spirito preraffaellita muore insieme a Dante Gabriel Rossetti.

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Presenti nelle più importanti collezioni del mondo, i preraffaelliti (ed il loro capostipite Rossetti) approdano ai Musei San Domenico di Forlì, per un’esposizione davvero unica con lo scopo di narrare la storia delle tre generazioni di artisti associati o ispirati al movimento, ricostruita attraverso un viaggio fra le più prestigiose collezioni del mondo.
A fine Ottocento, l’arte storica italiana dal Medioevo al Rinascimento, ha un forte impatto sulla cultura visiva britannica ed in particolare sui Preraffaelliti. Rinascimento moderno – diretta da Gianfranco Brunelli e a cura di Elizabeth Prettejohn, Peter Trippi, Cristina Acidini e Francesco Parisi con la consulenza di Tim Barringer, Stephen Calloway, Charlotte Gere, Véronique Gerard Powell e Paola Refice – attraverso oltre 300 opere tra dipinti, sculture, disegni, stampe, fotografie, mobili, ceramiche, opere in vetro e metallo, tessuti, medaglie, libri illustrati, manoscritti e gioielli.

Frederic Leighton, 1871, olio su tela

Unica nel suo genere, prende in considerazione tre diverse ere di artisti associati o ispirati al movimento Preraffaellita, con prestiti che vanno dalle Gallerie degli Uffizi e Casa Buonarroti di Firenze, Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, da Londra arrivano opere dal British Museum, Royal Academy of Arts, Victoria and Albert Museum, Tate, Royal Collection, dall’America ci sono prestiti dal Museo de Arte de Ponce, The Luis A. Ferré Foundation, Inc. (Portorico), dallo Yale Centre for British Art di New Haven (Stati Uniti), dai Vassar College e Dahesh Museum of Art di New York, dal Fine Art Museum of San Francisco e dalla Colección Perez Simón (Messico).
La diversità e la vastità di questi prestiti, ha dato modo di affiancare nomi illustri fra i maestri del passato: Beato Angelico, Giovanni Bellini, Benozzo Gozzoli, Filippo Lippi, Michelangelo, Guido Reni, Luca Signorelli, Mantegna, Veronese, Verrocchio, Cosimo Rosselli, Palma il Vecchio, Filippino Lippi e gli inglesi Dante Gabriel Rossetti, John Everett Millais, William Holman Hunt, John Ruskin, Edward Burne-Jones, William Morris, Ford Madox Brown, Elizabeth Siddal, Evelyn De Morgan, John William Waterhouse, George Frederic Watts, Henry Holiday, William Dyce, Charles Haslewood Shannon, Frederic Leighton, Simeon Solomon, Charles Ricketts, Frederick Sandys.

Evelyn De Morgan, 1886, olio su tela

Il percorso si apre con una sezione dedicata ai maestri italiani, per poi passare al revival gotico di Herbert e Dyce, accompagnato da un’attenta analisi di John Ruskin e della sua importanza fondamentale di critico ed artista. Seguono le prime opere della Confraternita con nuclei dedicati a Ford Madox Brown, il fondamentale Dante Gabriel Rossetti, padre spirituale del movimento, procedendo con John Everett Millais, William Holman Hunt, Walter Deverell e Charles Allston Collins, ed ammirando la sala degli affreschi, interamente dedicata a Edward Burne-Jones.
La produzione della Morris & Co., fondata nel 1861 da William Morris è, invece, a capo del revival rinascimentale dell’epoca, con le indimenticabili carte da parati floreali, ancora oggi in produzione. Splendido trait d’union con l’ultima parte dell’allestimento che presenta quegli artisti che esposero alla Grosvenor Gallery (fondata nel 1877 come alternativa alla Royal Accademy) con tele di Evelyn De Morgan, John Roddam , Spencer Stanope , Fred Appleyard , Phoebe Anna Traquair , opere decorative di William De Morgan e Walter Crane , sculture di Alfred Gilbert e William Reynolds-Stephens, per poi passare agli artisti italiani che subirono più fortemente la fascinazione preraffaellita, pensiamo soprattutto alle opere di Giulio Aristide Sartorio, Giuseppe Cellini, Giovanni Costa , Adolfo De Carolis , Lemmo Rossi Scotti e Filadelfo Simi.
La mostra è accompagnata dal catalogo pubblicato da Dario Cimorelli Editore, con saggi dei curatori e contributi dei co-curatori ospiti, vero e proprio volume da collezione che si preannuncia opera di riferimento.

@manuwritesandreviews

Photo Credit https://mostremuseisandomenico.it/preraffaelliti/