di Eleonora Vallin

Un tocco di eyeliner, il caschetto dritto e il rossetto rosso. Chi ricorda Oriana Fallaci la rammenta così e ha dritta negli occhi l’immagine di donna forte, anticonvenzionale e libera.

La Fallaci suscita sempre sentimenti contrastanti: o la si ama o la si tollera o la si odia. Se fate parte dell’ultima categoria, fermatevi qui… perché di tutti i libri e i romanzi che ha scritto e ho letto, ne ho scelto uno a cui sono istintivamente legata: “Penelope alla guerra”.
Il titolo è un ossimoro potente perché Penelope è la donna paziente che tesse la tela aspettando Ulisse ed esprime il suo essere donna proprio nell’attesa. Ma la protagonista del libro, Giovanna – che si fa chiamare sbrigativamente Giò per affermarsi senza fronzoli – è in guerra su due fronti: con se stessa e con il mondo esterno che è convenzionale, bigotto, noioso.

Il romanzo va contestualizzato: è scritto a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un mondo che ci appare così lontano eppure qualcosa è ancora molto simile. Racconta di una fuga, dall’Italia e da una piccola realtà stretta e claustrofobica verso la Statua della Libertà. Narra di un sogno, parla dell’amore – lasciato e trovato – e di tutto ciò che inaspettatamente porta la vita che… beh, spesso “i sogni li disecca come un chicco d’uva al sole”.

Giò è un’anima vera e irrequieta che parla dritto e sincero, poi soffre e va in crisi perché nulla è come appare.
New York ha luci sfavillanti e possibilità infinite ma le anime complesse incontrano sempre la disillusione, e tra le righe del romanzo si capisce perché: per la pochezza del mondo e perché per non “spaventare le persone, bisogna tacere o mentire”.

Per chi ne ricorda la voce e lo spirito, a chi ha letto e ascoltato Oriana Fallaci, forse faticherà a trovare la sua penna tra le righe di “Penelope alla guerra“. Più che una giornalista qui intravediamo una narratrice alle prime armi ma che ha lo stesso e forte spirito che ritroveremo nel 1975 in “Lettera a un bambino mai nato”: libello che io divorai troppo presto, a soli 16 anni e non ho avuto più il coraggio di riaprire.

Non so se a legarmi a Penelope alla guerra sono le stesse ragioni per cui Giò scelse e amò New York. Alla fine la stessa Fallaci scrive che “ogni paese è bello o brutto a seconda dello stato d’animo con cui lo vedi”.
Penelope alla guerra mi accompagnò tanti anni fa nella mia prima grande avventura metropolitana. Ero sola, avevo un grande sogno e venivo da un piccolo paese di campagna con il cuore spezzato.
Mi dette una grande forza, pur nella sua disincantata autenticità di lacrime e silenzi.
Alla fine, liberate (entrambe) dall’esagitata sensazione di fretta che ogni metropoli impone, abbiamo imparato ad affrontare passo passo la vita e le sue disillusioni, scoprendo presto che a New York

“non si sente il profumo di gelsomino nell’aria che puzza di benzina e polvere né si ode la musica d’arpa nel fracasso del traffico”.

Oriana Fallaci, “Penelope alla guerra”, Rizzoli, 2009

Eleonora Vallin

In copertina, Statua della Libertà, Photo Credit: Pixabay