Jenny Saville, Propped, 1992 © Sotheby’s

di Marialuisa Camporeale

Una donna da record a cui i record non importano.

Uno dei volti più promettenti del panorama artistico internazionale che ai set fotografici delle riviste più in voga preferisce di gran lunga le pareti del suo studio.

Un’artista per cui ciò che è stato fatto è sempre meno rilevante rispetto a ciò che c’è ancora da fare.

Ciò che interessa a Jenny Saville è essere donna; è ricordare che tante possibilità alle donne, ai più deboli, agli emarginati, ancora oggi, in qualsiasi ambito, vengono negate; è dipingere, studiare, disegnare i corpi del mondo, senza rincorrere la fama; è rifiutare la sete di visibilità, denaro ed eccesso propria di altri artisti contemporanei.

Eppure, le opere di Saville con la visibilità, il denaro e l’eccesso hanno molto a che fare.

Jenny Savillem Propped, 1992 © Sotheby’s

Jenny Saville, Propped, 1992 © Sotheby’s

Due date.

5 ottobre 2018. Durante l’asta londinese di Sotheby’s – la stessa in cui si è verificata la spettacolare autodistruzione della tela Girl with baloon di Banksy –, la sua opera Propped (1992) viene battuta per 9,5 milioni di sterline (circa 11 milioni di euro), il triplo del prezzo stimato, realizzando un sorprendente record di vendita: il prezzo raggiunto è il più alto mai pagato in asta per l’opera di un’artista donna vivente.

5 marzo 2019. L’opera Juncture (1994) è il top lot della Contemporary Art Evening Auction di Sotheby’s e realizza un altro incredibile record, questa volta di stima.

Juncture viene stimata tra i 5 e i 7 milioni di sterline: è la stima più alta mai concepita per l’opera di un’artista donna vivente.

Ma cos’è che rende le opere di Jenny Saville così attraenti, preziose, desiderabili?

Cos’è che le porta ad essere così visibili pur essendo così intime?

La loro verità; una verità che non è un insieme sterile di regole e dogmi immutabili ma un modo, sempre mutabile, di percepire i corpi e il mondo.

Jenny Saville, Juncture, 1994 © Sotheby’s

Jenny Saville, Juncture, 1994 © Sotheby’s

Il cambiamento è ciò che muove l’esperienza umana e l’esperienza di esseri umani è proprio ciò che sta al centro di ogni opera di Jenny Saville.

Insomma, ogni tela, seppur abbia come protagonista una donna obesa, un volto tumefatto, un bambino in movimento, una coppia frustrata o un travestito di Bogotà che abita a Roma, parla di noi, della verità di essere un corpo, qualsiasi sia poi la nostra fisionomia.

Che siamo in sovrappeso, tormentati, repressi, esili, transessuali, madri, figli, morti o vivi, a Jenny Saville non importa. A Jenny Saville importano i nostri corpi, tutti i corpi del mondo, la storia che essi narrano, le difficoltà che essi affrontano, le libertà che essi bramano. Ed è ciò che anche a noi, sempre e solo, dovrebbe importare.

I dipinti di Saville non insegnano una verità ma la incarnano e, incarnandola, ne riflettono il valore. La sua arte ci dice che il valore della verità sta nell’impossibilità di darne una definizione univoca, perché la verità varia da persona a persona, da corpo a corpo, e ognuno ne possiede una diversa.

Nessuna è migliore o più giusta delle altre. Tutte sono giuste e tutte sono perfette proprio perché imperfette.

La diversità – che è visibile nei corpi più che altrove – si fa regola e, con Jenny Saville, si fa pittura.

L’artista: Jenny Saville
©Photo credit: The Telegraph.

Chi l’avrebbe mai detto allora che un corpo transgender potesse riflettere la verità sul nostro conto?

Ce lo dice l’arte contemporanea che è in continuo cambiamento e che oggi, più che mai, ha il potere di cambiarci e magari, finalmente, liberarci dagli stereotipi, dalle convenzionalità, dagli ideali plastificati di bellezza.

La bellezza non è una. La bellezza cambia ed è ovunque. La bellezza è in ogni corpo.


Marialuisa Camporeale (@marialuisacamporeale)