di Paola Casulli

Dalla finzione alla realtà?

“Pensavamo di essere una nazione fondata sul petrolio, invece siamo una nazione fondata sull’oceano”.

È la frase di un film, The Burning Sea, il disaster movie norvegese diretto da John Andreas Andersen: intere piattaforme petrolifere collassano, inghiottite dall’oceano a causa del massiccio e continuativo prelievo di petrolio e gas dai fondali marini.

La vicenda è solo un film o la drammatica previsione di eventi realmente possibili? 

Il deep sea mining

Problemi e scenari che proprio la Norvegia non si pone, nonostante i proclami Green rilanciati ad ogni occasione.

La coalizione di centrosinistra guidata dal laburista Jonas Gahr Store, dal ministro dell’Energia Terje Aasland e dal ministro delle Finanze Trygve Slagsvold Vedum, hanno deciso di investire pesantemente in quello che l’espressione inglese indica come Deep Sea Mining, l’estrazione di minerali in acque profonde.

Un po’ di geografia

Il territorio oceanico della Norvegia è immenso, con un territorio marittimo di due milioni di chilometri quadrati.

Esso è costituito dal mare di Norvegia, dal mare di Barents e, per la parte scandinava, dal mare del Nord. 

Un potenziale notevole, ancora relativamente poco conosciuto, che richiede esplorazioni, risultati e investimenti.

Proprio in questi abissi si formano le materie prime critiche, che muovono le complesse dinamiche geoeconomiche che vedremo.

Cosa sono i minerali

Litio, cobalto, rame, fosforo, titanio, zinco, nickel  e altri, definiti “minerali critici”. La loro lista viene aggiornata ogni tre anni. Nella lista del 2023, se ne contano 34.

Poi ci sono le terre rare, acronimo di Rare Earth Metals, che sono l’insieme di 17 elementi chimici della tavola periodica classificati come metalli, e dove la rarità consiste soprattutto nella difficoltà di estrazione.

Come si formano i minerali 

Vulcani sottomarini, dorsali oceaniche, piane abissali, costituiscono il meraviglioso paesaggio sottomarino al largo delle coste scandinave.

Dalle fratture nei punti di espansione delle dorsali oceaniche, lunghissime catene montuose sottomarine, fuoriescono, ad altissima pressione, acque estremamente calde (oltre i 300 gradi) e molto ricche di minerali che, a contatto con le acque fredde dell’oceano, danno origine ai depositi di solfuri polimetallici, ossia corpi contenenti rame, zinco, etc.

Dalle pianure abissali, invece, che sono enormi distesa di sabbia e fango di migliaia di chilometri, si formano, per processi ancora poco chiari, i noduli di manganese, o noduli polimetallici. Incrostazioni ricche di metalli.

A cosa servono i minerali

Questi elementi chimici, fondamentali per l’industria tecnologica ed elettronica moderna, sono necessari soprattutto per la produzione di turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, batterie per auto elettriche, smartphone, schermi tv, hard drive di pc e altri dispositivi elettronici. Ma anche per un utilizzo a livello militare altamente specializzato per produrre magneti, superconduttori, turbine, laser, sistemi di guida di missili e satelliti.

Una domanda globale destinata a crescere in maniera esponenziale.

Ad oggi la Norvegia aveva rilasciato solo licenze per condurre le esplorazioni, ma dal 10 di gennaio, il suo mare aperto, già martoriato dalle piattaforme utilizzate per l’estrazione degli idrocarburi (petrolio e gas naturale), diventerà territorio per una spietata “corsa all’oro”, con la legge che ne approva l’estrazione.

Perché l’estrazione negli oceani

L’estrazione massiccia dai fondali marini scandinavi è una necessità che ha origine almeno da due ragioni: una geopolitica e una geologica.

La prima ragione è che il litio, come il cobalto, o il gruppo delle Terre Rare (REE Rare Earth Elements), di cui abbiamo visto sopra, si trovano in riserve massicce anche sulla terraferma. Ad esempio in Cile, in Australia o in Bolivia. Nel sottosuolo dell’ Afghanistan, ad esempio, ci sarebbero Terre Rare per un valore di circa 1000 miliardi di dollari.

Il punto è che questo tesoro non ha fatto gola solo agli Stati Uniti ma anche alla Cina che ha firmato, con varie nazioni, innumerevoli contratti di sfruttamento, anche trentennali, per un valore di svariati miliardi di dollari.

Dunque l’Europa, che non estrae un grammo di minerari rari, deve far fronte  alla posizione dominante della Cina che già da tempo sta intraprendendo una vera e propria politica di accaparramento delle nuove fonti di approvvigionamento di minerali “tecnologici”.

La seconda ragione è che alla grande notizia di enormi giacimenti di Terre Rare scoperti a Kiruna, nella Lapponia svedese, è seguita la delusione di non poterne estrarre neanche un po’. 

Se inizialmente si pensava che il giacimento fosse a 300 metri di profondità, nel tempo, con i dati che si andavano via via affinando, si è arrivati alla conclusione che il deposito si estende fino a 4.500 metri sotto terra.

Lo sfruttamento non potrà avvenire fino a tale profondità per gli attuali limiti tecnologici. Il volume disponibile dovrebbe arrivare ad un massimo di 1.500 metri sotto la superficie.

A questo si aggiungono i tempi degli iter organizzativi e i costi di sfruttamento, tutti elementi che rendono l’estrazione al momento non perseguibile lì dove si richiede una diversificazione degli approvvigionamenti a breve termine e la transizione veloce verso una società “low carbon”.

Obiettivi dell’estrazione

Rispetto alle fonti fossili, petroli, gas naturale, carbone, il problema delle fonti rinnovabili, fonti di energia che si rigenerano naturalmente nel tempo e non si esauriscono, riguarda lo stoccaggio.

Il solare e l’eolico, ad esempio, non forniscono una produzione stabile di elettricità: l’energia è disponibile solo quando splende il sole e soffia il vento. L’estrazione dei minerali e delle Terre Rare, tesoro degli abissi scandinavi in in questo caso,garantirebbe il raggiungimento di almeno due obiettivi.

Il primo obiettivo, come ha dichiarato lo stesso ministro dell’Energia, Terje Aasland, l’estrazione rappresenta un “contributo importante alla sicurezza energetica in Europa”.

La guerra in Ucraina, infatti, e le forti tensioni geo-politiche tra blocchi di Paesi, ha destabilizzato i mercati energetici europei e compromesso la posizione di leadership della Russia.

La scoperta del giacimento norvegese deve essere interpretata proprio in questo modo: garantirà autonomia all’Europa per almeno mezzo secolo e consentirà contestualmente di mantenere bassi i prezzi.

Il secondo obiettivo è che l’estrazione di Terre Rare è giustificata dalla possibile transizione ecologica del Paese scandinavo. Ovvero il passaggio dai combustibili fossili alle rinnovabili, necessario se si vogliono ridurre le emissioni di gas serra, contenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi (meglio ancora sotto 1,5°C), con la speranza di rispettare gli Accordi di Parigi.

Le vere ragioni (economiche) dell’estrazione

Sembrano dichiarazioni sincere ma in realtà ci sono più ragioni diverse dietro la manovra di estrazione voluta da Aasland che non sembrano avere niente a che fare con la volontà di rendere Green il pianeta. 

Nel settore energetico la Norvegia sta registrando profitti miliardari. Nel campo del gas e del petrolio, ha accumulato utili per la somma dell’anglo-olandese Shell, della francese TotalEnergies e dell’italiana Eni, i tre colossi del fossile, messi insieme.

Infatti, oltre a ricevere le tasse pagate dalle compagnie, guadagna dalle loro partecipazioni dirette nei giacimenti e nelle infrastrutture. Equinor, il più grande operatore sulla piattaforma continentale norvegese, è posseduto al 67% dallo Stato norvegese, versando il 78% di tasse al suo governo, diventando il più grande fondo statale d’investimento al mondo.

Complice la guerra in Ucraina, nel solo 2022 la manovra ha fruttato entrate per ben 131 miliardi di euro, quasi il triplo rispetto all’anno precedente. 

Si fa presto a immaginare i profitti dalle concessioni delle licenze alle compagnie interessate allo sfruttamento dei fondali oceanici…

Effetti sugli ecosistemi e sulla natura e i rischi per l’ambiente

Gli ecosistemi abissali sono ancora in larga parte inesplorati e i meccanismi che regolano il loro funzionamento ancora oggetto di studio da parte dei biologi. È quindi difficile quantificare il potenziale impatto delle attività minerarie.

Per certo i danni provocati dal Deep Sea Mining risulterebbero essere irreversibili, o comunque segnare per decenni quegli habitat dopo interventi così invasivi. 

Inoltre tutte le creature marine che popolano questi abissi ne sarebbero quantomeno disturbate. I cetacei, ad esempio, potrebbero essere influenzati dall’inquinamento acustico e luminoso generati dalle attrezzature minerarie e dalle navi in superficie, nonché da eventuali perdite e sversamenti di prodotti tossici. 

Quale futuro?

È solo questione di tempo ma un tempo dilatato in un futuro non così prossimo.

Infatti nonostante lo Storting, ovvero il parlamento di Oslo, abbia approvato la legge che legalizza l’estrazione, procedere con le attività non sarà immediato. Le licenze di estrazione da concedere alle compagnie interessate avranno ancora bisogno dell’approvazione.

Un emendamento, questo, aggiunto a seguito della forte resistenza internazionale.

L’International Seabed Authority, l’autorità internazionale dei fondali marini, istituita ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare,  dovrà scrivere le regole del nuovo settore del deep sea mining.

@IncantoErrante