La regina di scacchi. Fonte: Cinematographe

di Chiara Casciaro

Beth Harmon è la protagonista di cui non pensavamo di aver bisogno. Anche questa volta Netflix ha fatto centro, anzi scacco matto. Tratto dall’omonimo romanzo di Walter Tevis del 1983, La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit) ci trasporta in un mondo che rende avvincente anche una partita di scacchi, grazie allo sguardo magnetico di Anya Taylor-Joy e alla regia di Scott Frank.

Ma partiamo dall’incipit di stampo dickensiano. Una piccola bambina dai capelli rossi rimasta orfana viene portata in un orfanotrofio che pare più un ospedale psichiatrico. Questa bambina, a cui non rimane più nulla, si attaccherà con tutta se stessa a due cose: gli scacchi, scoperti grazie al custode che vi gioca nascosto nel seminterrato, e quelle pilloline verdi tranquillanti che le somministrano ogni giorno, grazie alle quali riesce a immaginare sul soffitto una scacchiera con cui giocare ogni sera.

Scena della serie La regina di scacchi. Fonte: Netflix

Scena della serie La regina di scacchi. Fonte: Netflix

Ci vorranno anni prima che Beth venga adottata da una coppia che nasconde, neanche troppo bene, gravi problemi di relazione. Ben presto rimarrà sola con la madre adottiva, una donna persa e fragile che non trova altro conforto se non nell’alcool e nei tranquillanti. Ma almeno Beth è libera di testare la sue abilità con gli scacchi, così inizia a frequentare i primi tornei. Basta poco per accorgersi che quella ragazzina è un prodigio, che emerge come un faro in un mare abitato da squali in giacca e cravatta. Ma a Beth non importa che gli scacchi siano un gioco tipicamente maschile, alla giornalista che le chiede come ci si sentisse in un mondo di uomini risponde “si gioca meglio senza il peso di un pomo d’Adamo”. Una femminista ante-litteram, che nel relazionarsi con le altre ragazze pare annoiata dal modo in cui queste parlino di ragazzi, perché ripugna quel loro voler diventare innanzitutto mogli e madri (che dalla sua esperienza si ridurranno a sopportare un marito ubriaco e a rifugiarsi a loro volta nell’alcol come la madre adottiva). Però allo stesso tempo è ben conscia della sua femminilità e desidera mettersi in mostra, posare come una modella, attrarre gli uomini ed ottenere del sesso che le procura piacere tanto quanto giocare a scacchi. In una delle sue partite mentali sul soffitto l’ombra della torre si riversa sul suo corpo quasi a simulare una penetrazione e i più appassionati forse avranno letto in questa scena un parallelismo con il vecchio film in bianco e nero intitolato Nosferatu, dove l’ombra del vampiro possedeva la protagonista procurandole così piacere.

Scena della serie La regina di scacchi. Fonte: Netflix

Scena della serie La regina di scacchi. Fonte: Netflix

La serie è lineare e ben strutturata, nel raccontarci la crescita di Beth non ci nasconde le fragilità di questo piccolo genio, che si interroga costantemente sul suo passato e sul suo futuro. “Una volta che avrai ottenuto il titolo mondiale a 16 anni, cosa farai dopo?” domanda all’unico avversario più giovane di lei con cui ha modo di confrontarsi. Ed è una domanda che rivolge più a se stessa, che per lei non vede un futuro se non nella pazzia che aveva portato la madre al suicidio. È un anima tormentata, ma molto combattiva, che fin da giovanissima ha ben presente il suo destino, ovvero la Russia, la terra natia degli scacchi da cui provengono i campioni del mondo. Gli scacchisti che batte restano ammaliati, come noi spettatori d’altronde, dalla sua personalità, tanto da volerle stare accanto come amici, come amanti, come insegnanti. Ma Beth tiene le distanze, non si fida. Solo un tuffo nel passato alla scoperta di quegli affetti che ci sono sempre stati, senza che lei se ne rendesse conto, scioglieranno le sue convinzioni e la renderanno capace di affidarsi agli altri. Perché d’altronde, se ho capito qualcosa di questo gioco, è che a un certo punto una mente sola non basta.

Scena della serie La regina di scacchi. Fonte: Netflix

Scena della serie La regina di scacchi. Fonte: Netflix

La regia gestisce perfettamente i tempi narrativi, tanto da rendere le partite di scacchi appassionanti quanto una battaglia di Game of Thrones. Un plauso va poi ai costumi e allo stile impeccabile di Beth, che ci trasportano negli anni ’50 e ’60 e ci fanno sognare look di altri tempi.

La regina degli scacchi si divora in un giorno, vi emozionerà e vi farà venir voglia di puntare in alto con i vostri sogni. E il giorno dopo tutti a giocare a scacchi, le regole ormai le avrete imparate.


Chiara Casciaro (@chiaraetonda) Mi definisco una divoratrice di immagini, che siano arte, fotografia, cinema o serie tv. Mi trovate su Instagram come Chiaraetonda e su youtube con un canale che vi spiega la storia dell’arte in maniera facile facile, Easyart!