Di Paola Casulli

…Noa Argamani, Jake Marlowe, Shani Louk, Hersh Golberg-Polin

sono solo alcuni delle migliaia di ragazzi, appartenenti a diverse nazionalità che, sabato 7 ottobre, ballavano al festival musicale “Supernova”, un rave party nel deserto del Negev, vicino al Kibbutz Re’im, a circa cinque chilometri dalla Striscia di Gaza.

Poco prima dell’alba della domenica l’evento, che avrebbe dovuto celebrare “amicizia, amore e libertà infinita” in concomitanza con la festa ebraica di Sukkōt, è stato preso d’assalto da Hamas che, dopo il lancio di razzi, ha aperto il fuoco sui partecipanti. Centinaia di ragazzi terrorizzati sono stati falciati dal fuoco dei miliziani palestinesi, massacrati, picchiati, rapiti, in un assalto a sorpresa dal cielo che non può non essere condannato. 

In ogni guerra, indipendentemente da quale parte sia giusta, semmai in una guerra si possa esserlo, un numero significativo di donne, bambini e vecchi innocenti perdono la vita.

Succede di nuovo, in questo caldissimo autunno del 2023. Si contano i morti e si spera che i centinaia di ostaggi possano tornare a casa. 

La guerra arabo-israeliana ha radici molto antiche. 

David Koren, CEO del Jerusalem Institute for Policy Research, in un’intervista rilasciata qualche anno fa, paragonava la situazione di Gerusalemme Est a:

“un calderone bollente. Il coperchio che lo chiude impedisce di vedere che cosa accade all’interno. Di tanto in tanto, la temperatura cresce e il contenuto fuoriesce. Chiunque conosca Gerusalemme Est sa che il bollore è perpetuo, anche quando il coperchio crea una parvenza di quiete”.

Una drammatica metafora che si può estendere anche a tutta l’area della Striscia di Gaza, exclave contesa dall’inizio dell’occupazione israeliana sul suolo palestinese. Un territorio di 360 kilometri quadrati, incuneata tra l’Egitto e Israele.

Una delle aree più densamente popolate al mondo: 2 milioni di abitanti. 

Qui si combatte dal 1948 quando l’Onu, dopo 30 anni di controllo britannico, decide che la striscia di Gaza deve essere parte dello Stato palestinese.

L’Egitto occupa Gaza fino al giugno del 1967 quando, l’aeronautica militare israeliana sferra attacchi a sorpresa contro l’aviazione egiziana in quella che si chiama Operazione Focus. La capacità difensiva egiziana è compromessa e Israele sottrae la Striscia di Gaza al Il Cairo, nella guerra dei sei giorni. 

Si susseguono attentati terroristici palestinesi tra cui, nel 1972, lo sterminio di undici tra atleti e allenatori della squadra israeliana che stava partecipando alle Olimpiadi di Monaco.

Nell’ottobre del 1973 una coalizione araba, composta principalmente da Egitto e Siria, respinge contrattacchi israeliani nella Guerra del Kippur in un andamento del conflitto che culmina con le dimissioni del Primo ministro Golda Meir, prima donna a guidare il governo del suo Paese, del ministro della difesa Moshe Dayan e del Capo di Stato Maggiore David Elazar.

Nel novembre del 1977, il Presidente egiziano Anwar Sadat visita Gerusalemme, invitato dal Primo Ministro israeliano Menachem Begin, per iniziare dei negoziati di pace che viene firmata nel marzo del 1979.

Ma agli accordi di pace con l’Egitto non corrisponde una stabilità con il Libano, dove si erano rifugiate cellule terroristiche palestinesi (OLP) che, nel 1981, sferrano attacchi contro postazioni militari settentrionali israeliane. 

Nel 1982, Israele invade il Libano. Affida la sorveglianza dei confini meridionali ad un “Esercito del Sud-Libano” costituito da falangi di cristiani maroniti libanesi fedeli a Israele. Un’inchiesta della Corte Suprema israeliana, costringe Ariel Sharon, l’allora Ministro della Guerra israeliano, alle dimissioni dalla carica. Sua la responsabilità di un massacro di palestinesi dei campi profughi di Sabra e Shatila ad opera dei miliziani libanesi.

Il senso di frustrazione palestinese è crescente.

Nel 1988 il movimento integralista Hamas dichiara il Jihad contro Israele, dando vita alle antifada.

Nel settembre del 1993, Arafat, personaggio complesso e controverso, premio Nobel per la pace nel 1994, accetta il negoziato e riconosce lo Stato di Israele. Ma Israele continua nella politica di ostracismo nei confronti dei palestinesi a beneficio dei coloni. 

Nel novembre del 1995 viene assassinato il primo Ministro israeliano Itzhak Rabin. Il suo posto verrà preso da Shimon Peres. Entrambi, insieme a Arafat, premi Nobel per la Pace. 

Nel 2005 Sharon, il “Leone di Dio”, impone il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, con conseguente smantellamento degli insediamenti. I coloni irriducibili vengono trascinati via dai soldati del loro stesso esercito.

Si pone fine, così, a 38 anni di occupazione. 

Nel 2006 l’ala politica di Hamas vince le elezioni parlamentari e, appoggiata dall’Iran, assume il controllo della Striscia sottraendolo a Fatah “Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese”, gli eredi di Arafat.

Hamas, acronimo di “Harakat Al-Muqawama Al-Islamiyya”, che in arabo significa Movimento di Resistenza Islamica, è un’organizzazione islamica paramilitare palestinese, nata nel 1987 dalla Fratellanza Musulmana, un gruppo islamico sunnita fondato alla fine degli anni ’20 in Egitto.

L’ala militare di Hamas, nata nel 1992, è rappresentata dalle Brigate Ezzedin al-Qassam in memoria dello sceicco ʿIzz al-Dīn al-Qassām, il padre della moderna resistenza anticoloniale, ucciso dai britannici nel 1935.

Designata da Stati Uniti, Unione Europea, Canada, Egitto, Giappone e da Israele come organizzazione terroristica sostenuta dall’Iran, Hamas considera Israele uno Stato illegittimo, rifiutando ogni colloquio di pace e anzi rivendicando una impressionante serie di attentati che insanguinano le strade di Israele. 

Leader di Hamas è Yahya Sinwar, eletto a Gaza nel 2017. Nato nel 1962 è stato arrestato nel 1988 e ha trascorso 23 anni in carcere in Israele. Nel 2011 è stato liberato insieme ad altri mille prigionieri palestinesi in cambio del soldato Gilad Shalit, rapito dai militanti di Hamas nel 2006 in un raid oltre confine.

Sinwar è nella lista dei terroristi internazionali del dipartimento di Stato americano.

Il brutale attacco del 7 ottobre ai ragazzi nel deserto di Negev e nella varie città è opera del comandante delle brigate Ezzedin al-Qassam, Mohammad Deif che ha annunciato l’inizio della operazione ‘Alluvione al-Aqsa’, riferendosi sia alla strategia del nutrito lancio di razzi contro lo Stato ebraico, sia della costruzione dei tunnel per infiltrare uomini e armi che dell’ingresso di miliziani armati dalla Striscia verso Israele.

Ricercato numero uno di Tel Aviv, scampato a decine di tentativi di eliminarlo, Deif perde una delle mogli e un figlio di sette mesi nel 2014 quando, in un raid, un razzo israeliano rade al suolo la sua casa, mentre il più recente tentativo conosciuto di eliminarlo risale all’operazione Guardiano delle Mura nel 2021. Miracolosamente scampato a ripetuti attentati, vive in clandestinità e si ritiene sia cieco da un occhio e sia costretto a muoversi su una sedia a rotelle. Soprannominato il Fantasma di Gaza, la sua identità è sconosciuta a israeliani e palestinesi: l’ultima sua foto risale al 2001.  

Dopo l’attacco di sabato, in cui hanno perso la vita più di 1000 persone, Ali Barakeh, alto funzionario di Hamas in esilio a Beirut, ha raccontato in un’intervista di essere rimasto sorpreso dal facile crollo iniziale di Israele, dimostratasi una tigre di carta, affermando che si aspettava che Israele prevenisse o comunque limitasse l’attacco. Ha concluso affermando che il gruppo utilizzerà le decine di israeliani catturati nel raid per garantire il rilascio di tutti gli arabi detenuti nelle carceri israeliane e persino di alcuni palestinesi imprigionati negli Stati Uniti con l’accusa di finanziare Hamas. “Ci sono palestinesi detenuti in America. Chiederemo il loro rilascio”.

Ma, tempo di formulare il pensiero di Barakeh, il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato lo stato di guerra e mobilitato circa 300mila riservisti che sono stati richiamati in Israele scatenando la controffensiva israeliana, mentre dall’Occidente, Biden, Macron, Meloni, Scholz e Sunak hanno ribadito il fermo sostegno a Israele e condannato Hamas, sebbene riconoscano le legittime aspirazioni del popolo palestinese. 

Pesanti bombardamenti contro Gaza, nell’operazione “Swords of iron”, stanno colpendo edifici civili, scuole, ospedali.

Il bilancio palestinese supera le 700 vittime, tra cui tantissimi bambini.

Paola Caridi, giornalista e storica del Vicino Oriente, si dice preoccupata sulla frase rilasciata da Yoav Gallant, ministro della Difesa israeliano che, annunciando l’assedio completo, ha pronunciato parole durissime:

“Niente elettricità, niente cibo, niente benzina, niente acqua. Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza”.

“Trattare i palestinesi come animali umani, significa cambiare il paradigma dell’umano contro l’umano e considerare tutti i palestinesi e non solo Hamas come deumanizzati. Questo è estremamente preoccupante”, afferma la giornalista. Come non darle ragione.

Si ripropone così una strana mappa di reazioni agli avvenimenti tragici del 7 ottobre. Chi sostiene Israele, chi difende Hamas e chi manifesta neutralità. Quando forse l’unico atteggiamento auspicabile è una necessaria, repentina de-escalation.

Roy Chen, scrittore e drammaturgo israeliano, scrive di avere il cuore spezzato.

“Ci sono troppi perdenti in questa storia. C’è troppo Dio e troppo Allah”. “Sapete chi vince la guerra? Solo chi rimane vivo. Chi muore perde sempre, non importa di quale parte è”…

@IncantoErrante