di Martina Monti |

Una “storia senza tempo”

Pubblicato nel 1850, La lettera scarlatta è il secondo romanzo dello scrittore americano Nathaniel Hawthorne (Salem, 4 luglio 1804 – Plymouth, 19 maggio 1864), considerato, insieme al successivo  La casa dei sette abbaini, uno dei romanzi più illustrativi del Rinascimento americano.

Il romanzo, che da subito vendette più di 2.500 copie, fu un successo clamoroso e consentì all’autore di ascendere all’Olimpo degli scrittori, aprendo la strada alla possibilità di vivere solo con tale lavoro, situazione incredibile per l’epoca.

A tutt’oggi, dopo più di centocinquanta anni, è considerata una delle opere più importanti dell’Ottocento americano (al pari di di Moby Dick od opere di Edgar Allan Poe).

A differenza di molti romanzi del periodo, tuttavia, questo ha ben poco in comune con il momento storico in cui viene scritto: infatti è ambientato nella Nuova Inghilterra del 1640, nel pieno della società puritana, e di essa è infatti una forte rappresentazione, volta ad un analisi delle sue caratteristiche.

Il successo del romanzo fu in parte dovuto alla sua natura in toto americana, tanto dello scrittore e del linguaggio scelto quanto dell’ambientazione e della vicenda, portandolo ad essere molto apprezzato dai suoi connazionali.

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La pia adultera e la bambina folletto

La vicenda si apre a Boston, nel 1642 e narra una porzione di vita di Hester Prynne, bellissima e giovane donna che, però, ha commesso il peccato di adulterio: ella infatti ha da poco partorito una bimba (Perla) nonostante il marito sia disperso in mare.

Fin da subito si analizzano alcuni elementi tipici della società puritana, come l’indugiare, da parte dell’autore, sui discorsi di alcune donne che assistono alla gogna pubblica di Hester e che discutono di quanto essa sia una pena troppo lieve, in quanto la peccatrice meriterebbe la morte (punizione realmente applicata per le coppie di amanti in tale società, in precedenza, solo in seguito evoluta prima in punizioni fisiche e dopo in umiliazione etico-psicologica).

L’adultera complica la sua situazione rifiutandosi di rivelare il padre della piccola, proteggendolo così dal pubblico discredito.

La parte iniziale ci mostra uno spaccato preparativo di ciò che germinerà in seguito: appaiono i principali personaggi, scopriamo che il marito di Hester è ancora vivo anche se ha assunto il nuovo nome di Roger Chillingwoth, viene spiegato come farà l’adultera a vivere.

La storia continua narrando la nuova vita di Hester, dedicata totalmente all’espiazione e ad una trasformazione nel suo modo di agire, non più ribelle e sulla soglia del peccato, ma pietoso, modesto, umile e devoto soltanto ai poveri e alla figlia.

Questa tuttavia si configura al contempo come gioia e supplizio in quanto, testualmente, viene identificata come possedente qualcosa di selvaggio, malizioso ai limiti del malevolo.

Non a caso in più di una circostanza lo scrittore si rivolgere ad ella definendola bambina folletto” oppure “bambina ninfa” o ancora “streghetta”, tutti elementi che hanno una radice pagana, non propriamente positiva in un ambiente fortemente puritano.

Ma, sebbene Hester sia una peccatrice e additata da tutti quanti come uno scarto della società, fin dal principio si nota una certa schizofrenia tra la reputazione della donna e il suo comportamento intrinseco, che volge a smentire quanto viene apparentemente affermato con le parole, dimostrando quanto, in verità, sia una persona buona.

La scelta di portare tutto il fardello sulle sue spalle, proteggendo l’amante, è prima manifestazione del suo cuore altruista e generoso.

In contrapposizione a lei non troviamo solo i concittadini gretti, dai quali si differenzia solo il reverendo Dimmesdale, uomo ai limiti della santità, ma anche Roger Chillingworth, nemesi di Hester: al contrario della donna, infatti, egli è ben considerato dalla comunità per le sue buone capacità mediche, anche se, con la stessa tecnica utilizzata per tratteggiare Hester, l’autore lo fa percepire al lettore come negativo.

Ben presto è proprio lui a configurarsi come il vero “cattivo”, consumato e totalmente assoggettato al suo desiderio di vendetta.

La vicenda si fa incalzante da metà libro in poi, quando avviene il primo colpo di scena con la  rivelazione del padre di Perla, e continua poi con la prospettiva e speranza di un cambiamento nella vita della protagonista, per poi raggiungere l’apice nel finale.

 

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Considerazioni e riflessioni

Da appassionata di classici ottocenteschi avvertivo una grande lacuna nel non aver letto questo romanzo e mi sono approcciata ad esso carica di aspettative.

Forse in ciò è stato il mio errore, che mi ha portata a scontrarmi con una realtà diversa: questo libro non mi è piaciuto.

Sicuramente è un tassello importante che andrebbe conosciuto, ma per puro piacere e non per dovere di cultura e conoscenza non posso dire che la lettura mi abbia entusiasmata.

Lo stile è pesante, fin troppo arcaico, ricco in modo eccessivo di metafore ed estremamente lento; la storia decolla solo verso metà per coinvolgere verso il finale, il quale tuttavia ha rinnovato la mia delusione.

Vi sono degli snodi principali oscuri (che non sto ad esplicitare per evitare di rovinare il gusto a coloro che volessero leggerlo), che pur riletti e a narrazione conclusa non si sono chiariti.

Lo consiglio? Se si è fortemente appassionati di questa letteratura sì, altrimenti suggerisco di volgere altrove il proprio sguardo.

 


Martina Monti (@marscoffer). Laureata in Editoria e scrittura presso la Sapienza di Roma, appassionata di letteratura e fumetti, la sua tesi di laurea sull’analisi di questa forma di comunicazione è stata in parte pubblicata sulla rivista universitaria Diacritica. Amante della scrittura ha realizzato racconti, storie lunghe e poesie. Attualmente studia per diventare insegnante ma coltiva il sogno di pubblicare le sue storie.