di Emanuela Borgatta Dunnett

Viaggio nell’universo di un genio del ‘900

Al geniale architetto che ha concepito e disegnato il nuovo Teatro Regio, viene dedicata la mostra Carlo Mollino: Atlante (fino al 14 gennaio 2024), una immersione totale nell’universo di un genio del Novecento, protagonista eclettico e singolarissimo della storia dell’architettura e del design, ma anche scrittore, fotografo, sciatore, automobilista e pilota di aerei, tra le menti più originali e poliedriche del XX secolo.

La mostra è curata da Fulvio e Napoleone Ferrari e prodotta dal Teatro Regio Torino nell’ambito di Regio50, con la collaborazione del Museo Casa Mollino. Mathieu Jouvin, Sovrintendente del Teatro Regio, afferma: «In occasione del 50° anniversario del nuovo Teatro Regio non poteva mancare un importante omaggio a Carlo Mollino, e questa mostra racconta un uomo e un artista straordinario che ha saputo eccellere in ogni disciplina e il cui lavoro mi ha sempre affascinato. Personalità di questo tipo sono rare e sono entusiasta di poter accogliere il pubblico in questo scrigno d’arte ricco di riferimenti simbolici, opera audace, contemporanea e proiettata nel futuro».

Photo Credit https://www.carlomollino.org/

Carlo Mollino, figlio unico dell’ingegnere Eugenio Mollino, nasce nel 1905 a Torino dove compie i suoi studi. Nel 1925 si iscrive alla facoltà di Ingegneria e, dopo un anno, si trasferisce alla Regia Scuola Superiore di Architettura dell’Accademia Albertina di Torino, in seguito divenuta facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, dove si laurea nel luglio del 1931. Architetto e designer, progettista e pilota di aeroplani e di auto da corsa, scrittore, fotografo. Ottimo sciatore, diventa nel 1942 maestro di sci e nel dopoguerra Presidente della Commissione delle scuole e dei maestri di sci della F.I.S.I. nel 1951 scrive il trattato Introduzione al discesismo dalle cui pagine emerge appieno tutta la sua personalità inquieta, fantasiosa, ingegneristica. Dopo avere pubblicato nel 1948 i volumi Architettura, arte e tecnica, nel 1953 vince il concorso a Professore ordinario e ottiene la cattedra di Composizione architettonica, che conserva fino alla morte. Nel 1957 partecipa al Comitato organizzativo della XI Triennale di Milano. Muore improvvisamente nell’agosto 1973 nel suo studio.

L’esposizione, come apprendiamo dal pieghevole dedicato, si snoda come un arcipelago in dieci isole-capitoli distribuiti nei vari livelli del Foyer, che introducono alla leonardesca complessità dell’architetto e dell’uomo e, ovviamente, a quello che è considerato il capolavoro della sua vita, il nuovo Teatro Regio, concluso in coincidenza della scomparsa del suo autore.

Sin dall’atrio esterno si percepisce qualcosa di nuovo: su ognuna delle dodici porte di ingresso al Teatro è posto un segno zodiacale realizzato di neon. Il senso nelle parole dei curatori Fulvio e Napoleone Ferrari: «il Teatro accoglie al mondo dell’arte, ed esattamente come siamo stati accolti in questa nostra vita sotto gli auspici di un segno zodiacale, Mollino ci accoglie alla vita dell’arte che nasce nel suo Teatro con dodici varchi. Con questo segno, fin da subito, è resa sorprendente l’unicità della sua architettura».

Dieci capitoli, dieci “canti” narrano la sua biografia, il suo Teatro, la professione, i mobili milionari, le fotografie, le acrobazie aeree e quelle sugli sci, le auto da corsa, la moda e, infine, la filosofia che ha influenzato la sua vita. I materiali in mostra sono organizzati su piattaforme trigone a spigoli arrotondati, “galleggianti” a 20 cm di altezza dal pavimento, così da permettere una chiara visione dall’alto di disegni, libri, fotografie e oggetti esposti.

Photo Credit https://www.designboom.com/

Tutta la mostra è resa possibile soprattutto grazie alla documentazione e alle opere custodite dal Museo Casa Mollino di Torino, fondato da Fulvio e Napoleone Ferrari, fin dal 1985 impegnati nella valorizzazione della figura di Carlo Mollino con pubblicazioni e mostre realizzate in tutto il mondo – Europa, Stati Uniti e Giappone, come evidenzia l’intervista concessaci qualche tempo fa, di cui riproponiamo i momenti salienti:

Partirei col chiedervi com’è nato il Museo Casa Mollino – di cui siete curatori – e quali aspetti dell’architetto torinese renda lampanti ai visitatori.

Il Museo Casa Mollino nasce a luglio 1999 quando l’ingegner Aldo Vandoni, che aveva salvato l’appartamento dopo la morte di Mollino si avvia alla pensione e sceglie Fulvio quale miglior custode e conservatore della Casa. In quel momento il significato del progetto della Casa non è neppure immaginato, rimanendo enigmatico il motivo per cui Mollino abbia profuso grandi energie, soldi e lavoro in un appartamento di cui non ha fatto praticamente uso, nonostante la squisita posizione in riva al Po. Comincia subito il lavoro, durato molti anni e idealmente mai terminato, per ritrovare gli oggetti di arredo dispersi nel tempo e riportare la Casa il più possibile al suo stato originale. Contestualmente alla raccolta dei primi dati si comincia ad interrogarsi sul significato dell’appartamento per Mollino. Nel 2006, in occasione della retrospettiva Mollino da noi curata alla G.A.M. e al castello di Rivoli, la Casa apre veramente al pubblico con le visite guidate. Casa Mollino è stata, innanzitutto per noi, lo strumento per entrare nella mentalità molliniana, per comprendere il suo modo di operare in forma simbolica, una comprensione che non vive di razionalità ma di esperienza che va “sentita” e vissuta in prima persona. Allo stesso modo per i visitatori Casa Mollino funziona come una sorta di planetarium, un’esperienza immersiva che conduce all’interno del fantastico immaginario molliniano.

Il vostro lavoro dedicato a Mollino è immenso e costante. Come vi muovete nella ricerca?

Il lavoro di ricerca è realmente costante e continuo, dura da 21 anni, senza essere terminato. I documenti storici sono il fondamento di questa investigazione: gli scritti e le lettere private di Mollino, i suoi libri, ogni genere di documentazione quali fotografie, brochure e cataloghi, disegni e naturalmente sono state fondamentali le testimonianze dirette di persone che ci hanno raccontato di Mollino. I visitatori stessi ci hanno aiutato moltissimo negli anni, offrendoci spunti interpretativi o riferimenti culturali di qualsiasi genere. Quando si mette a fuoco uno spunto, ad esempio, una conchiglia, segue poi un lavoro generico di ricerca sulle fonti più varie.

Quali peculiarità della sua opera ne svelano, maggiormente, la grandezza a chi vi si approccia per la prima volta, a vostro parere?

Naturalmente, la prima qualità di Mollino che sconcerta è il suo eclettismo rinascimentale: artista e ingegnere entrambi a grandi livelli, uomo di sport e intellettuale-professore, teorico e pratico. Una figura completa. Altra dote straordinaria è quella di avere il dominio dello spazio. I suoi mobili e le sue architetture sono tridimensionali, in movimento, sculturali. Specialmente nel campo del design, a mio parere. Mollino rimane ineguagliato per queste sue qualità. Piace e interessa di Mollino la concretezza nel saper condurre la cultura, le storie, gli oggetti, ad una esperienza reale e pratica di vita, mai astratta o fine a se stessa.

Quando e come l’anima di architetto e quella di storyteller si incontrano, in Mollino?

Francamente penso che una qualità innata abiti la psiche di Mollino: quella dello scrittore che prova il desiderio, se non la necessità, di scrivere. Egli aveva caratterialmente una predisposizione al creare e raccontare storie. Tra il 1933 e il 1936 lo fa scrivendo due brevi romanzi (Vita di Oberon e L’Amante del Duca), quindi decide espressamente di passare a raccontare le sue storie utilizzando il linguaggio dell’architettura e non più quello delle parole scritte. Per Mollino l’aspetto linguistico va a completare quello funzionale dell’architettura: un edificio non è solamente un teatro, una casa, un ufficio… ma diventa una storia.

@manuwritesandreviews

Photo Credit copertina https://www.faz.net/