di Eleonora Vallin

Un fiume, la grande pianura fertile. Le catene dei monti azzurri, la linea dei colli, bassi e tondi. I filari delle viti e poco più a nord la città antica. C’erano i caffè luccicanti di cromo, le piazze medioevali, le strade strette e contorte, i portici bassi e diversi l’uno dall’altro. Ciascun quartiere aveva la sua chiesa, alcuni palazzi erano stati ridipinti e, dopo grande discussione, erano iniziati i lavori per costruire le prime case a cinque o sei piani che la gente accettò con entusiasmo e chiamò grattacieli.

Poi venne la guerra e tutto fu sospeso.

La gente pensava che senza dubbio la guerra fosse un male. Ma si combatteva altrove e si aveva solo la speranza che finisse presto. Molti ragazzi delle città partirono a combattere, di qualcuno giunse la notizia che era morto. Ma accadeva in luoghi lontani che la gente neanche si immaginava.
Poi la guerra cominciò ad avvicinarsi.
La città era piccola e non aveva industrie, nessuno sarebbe venuto a bombardare una città di così scarsa importanza dove la gente viveva aspettando la pace. Ma un timore incerto entrava nel cuore di tutti.
Con gli allarmi, alcuni scendevano nei rifugi e nelle cantine portando dolore e miseria, perché avevano perduto ciò che possedevano. La gente continuò così a vivere come poteva, sperando che qualcun altro li avrebbe aiutati a vivere ancora in un mondo che pensavano migliore.

Il cielo è rosso” è un romanzo che penetra nello stomaco fin dall’inizio con una pugnalata, ma quella lama affonda pagina dopo pagina, senza possibilità di redenzione.
Premio Strega nel 1947, “Il cielo è rosso” è una delle opere più rappresentative dello scrittore trevigiano Giuseppe Berto; forse, uno degli autori meno letti della sua generazione.
È un libro che racconta la tragedia della guerra e, vista la tremenda attualità di cui siamo oggi per fortuna solo lontani osservatori, è davvero il momento di riaprirlo e leggerlo con emozione.
È un romanzo corale, imperniato su quattro orfani sopravvissuti a un terribile bombardamento. Ragazzini a cui è negata l’infanzia che devono maturare in fretta per sopravvivere da soli, senza casa, senza parenti, senza protezione.

Giuseppe Berto ci ha dato molti assaggi di un nuovo modo di raccontare, spiegava il mio ex professore d’Università Giorgio Pullini nel suo Parabole del romanzo italiano: un volume che ripercorre due secoli di creatività, scandagliando i significati illuminanti di ogni opera e firma, oltre le letture formali.
Berto è un autore dai molti registri, alcuni anche comico-ironici, di certo il primo ad aver portato il tema della psicanalisi e del flusso di coscienza in Italia sulla scia di Joyce e Beckett.

La sua opera più nota resta di certo “Il male oscuro”, un grande romanzo che ha poche chance di essere digerito oggi: troppo lungo, troppo bizzarro, anche nello stile, con quei lunghissimi periodi senza punti e, quindi, senza pause.
Il mio consiglio, se amerete un romanzo italiano straordinario come «Il cielo è rosso», è di passare al più agile (ma solo per numero di pagine) «Anonimo Veneziano»: una struggente storia d’amore tra un uomo e una donna, sullo sfondo di una malinconica Venezia, narrata nell’arco del loro ultimo incontro.
Forse non è un caso che entrambi i romanzi siano diventati (anche) dei film.

Giuseppe  Berto “Il cielo è rosso”  Neri Pozzi Bloom editore. ©Photo credit: Wikipedia.

@eleonoravallin

In copertina: orfani della seconda guerra mondiale. © Photo credit: Il Riformista.it