Ezio Bosso, 2017, Autore: Francesco Modeo, Fonte: Wikipedia

di Marianna Franza|

La vita è strana, complessa. Dona molto, unisce in modo incredibile persone e crea affinità “casuali” che di casuale non hanno proprio nulla.
A volte le affinità sono create proprio dalla musica, che è il leitmotiv di una vita intera.

Quello che sto per raccontare, è il legame indissolubile tra l’anima e la musica di un artista: sto parlando di Ezio Bosso.

Dicono che la felicità sia fatta di piccoli momenti, piccole scintille di luce in una vita altrimenti buia. Ma ci sono anche le ombre, i giorni bui, i giorni no. A volte è un misto, a volte è tutto luminoso. Per fortuna però, possiamo scegliere, decidere come percepire quello che ci accade, possiamo farlo sempre come ha fatto Ezio Bosso durante i suoi ultimi anni.

“Io non so se sono felice, tengo stretti i momenti di felicità li vivo fino in fondo, fino alle lacrime così come accetto i momenti di buio. Mi lego di più ai momenti felici perché sono quelli che ti serviranno da maniglia per tirarti su, quando sei nel letto e non riesci ad alzarti.”

Ezio Bosso, disegno di Marianna Franza ©

Ritratto di Ezio Bosso, disegno di Marianna Franza © (@mavi__art)

 

Ho conosciuto Ezio Bosso durante una sua esibizione davvero emozionante di Sanremo di qualche anno fa.
“Il mondo ha bisogno di musica perché  la musica siamo noi” – aveva detto l’artista mentre la platea gli attribuiva una standing ovation – “la musica è una fortuna che condividiamo, noi mettiamo le mani, ma lei, la musica, ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare”.

Nasce il 13 settembre del 1971 e la musica entra prepotentemente nella sua vita quando non aveva ancora 4 anni.
Inizia giovanissimo ad esibirsi nei teatri europei, partecipa a diversi concerti della scena internazionale e studia a Vienna sotto la guida di Streicher e Österreicher.
Frequenta corsi in Giappone e Francia e dirige orchestre come la London Symphony e l’orchestra del Teatro comunale di Bologna.

Conviveva dal 2011 con una malattia neurodegenerativa che gli fu diagnosticata subito dopo un intervento per un tumore al cervello. Passò un duro anno di convalescenza, senza più sentire i suoni e per un musicista è terribile.

La malattia per Bosso era come un terremoto, ma il suo disagio e il cambiamento fisico, diventarono un’occasione per non annoiarsi, come spesso diceva.
La musica è stata la sua musa, anche se negli ultimi tempi aveva comunicato che purtroppo non avrebbe più fatto concerti da solista al pianoforte, perché erano troppo forti i dolori alle mani e non avrebbe più suonato come prima: ogni volta erano come enormi spilli di dolore che gli entravano dentro, eppure attraverso la sua musica lui parlava e comunicava.

Essa era diventata il suo modo di esprimere le sue emozioni e la sua vera essenza, la sua anima e il tramite per la sua voce: lui come diceva, “era al servizio della musica, non il contrario”.
La musica diventa un linguaggio, un codice di emozioni in cui vive e si rispecchia, dipinge con i colori delle note quello che sente, anima, emozioni e sentimenti.

Dopo l’intervento aveva disimparato a parlare e a suonare. Era prigioniero di un corpo che non lo capiva e non collaborava. Ha dovuto riapprendere tutto.
Ricordava la musica, ma non la capiva, suonava e piangeva, non riusciva più a farla, la sentiva lontana, gli apparteneva ma non riusciva ad afferrarla.
La malattia gli ha fatto comprendere con ancora più forza, che la musica era diventata esigenza, non più solo passione. Ha fatto di lui un artista ancora più completo, una forza della natura, anche se all’inizio, nell’accettazione di questo cambiamento, era precipitato “in una stanza di buia”.

Lui era già affermato come artista, ed era abituato a vivere il movimento, l’azione; questo fermo gli ha fatto capire una cosa: il conoscersi ancora più nel profondo.
La musica non è statica, è movimento e, se Bosso non poteva più fisicamente essere come prima, lo sarebbe stato attraverso la musica creata nei suoi spartiti.
Apprendendo la sua vita, conoscendolo, ho avuto l’enorme piacere di trovarvi un uomo di infinita cultura, passione per ciò che faceva e molta semplicità nell’esporre le sue idee, se stesso.
Lui definisce il concetto di talento e passione, non come un bisogno passeggero, ma una vera e propria esigenza, non poteva farne a meno.

Nell’opera Split postcard from Far Away (the tea room), è come viaggiare e correre veloce a piedi nudi nella sua anima, nelle sue stanze buie e segrete. Lui si muove e corre tra i tasti, esprimendo sfumature e colori caldi, gioia e passione in un giro armonico circolare, quasi una danza ipnotica. Non contenta, ascolto altro di lui come se volessi conoscerne tutto, afferrare quello che rimane ancora nell’aria, nei suoi suoni, nei violini ma sopratutto nel tocco intimo del suo pianoforte, equilibri di silenzi e forza, gocce di pioggia che aumentano di intensità durante “Following a bird, (the 12th room)“.

Da ricordare anche altre sue opere, (ma ce ne sarebbero tantissime):
Air, on the forse star of the night”,
il “Preludio opera 28 n.20 – the Dark room”,
The mind on the (Re)wind” dall’ album “For weather elements“, in cui la voce solista del violino è struggente insieme al pianoforte.

Conoscerlo ha toccato la mia anima e credo anche molte di voi che stanno leggendo.
È un peccato averlo “sentito” solo ora, ma in me ha lasciato arricchimento e profonda gioia, perché lui, rimarrà immortale.


Marianna Franza (@mavi__art) Il mio nome è Marianna, sono un’artista e in arte sono Mavi. Dipingo a olio, amo rappresentare la natura e la sua magia. Sono una restauratrice e una doratrice, ma anche moglie e mamma di Vittoria, una bimba di quasi sette anni. Mi definisco più una sognatrice che un’artista perché sono una persona che vede e sente oltre: ho un mio modo personale di vedere e percepire il mondo, il bello e l’arte. Ho una grande sensibilità ed empatia, l’anima e l’arte sono elementi indistinguibili per me. Abito e lavoro in provincia di Como, il mio account instagram è @mavi__art e una pagina Facebook Mariann-art.