di Elena Soldivieri |

La sacralità dell’opera d’arte

Era il 1936 quando Walter Benjamin descrisse l’opera come caratterizzata da un’aura,
un valore dato dalla sua irripetibilità e dalla sua originalità e messo a repentaglio dall’avvento della fotografia, che ne permette riproduzioni perfette.

Paul Valery, nel 1923, descriveva il museo come qualcosa che nulla ha a che fare con il diletto e che modifica i nostri comportamenti come fossimo in un luogo sacro:
«Davanti a me si sviluppa nel silenzio uno strano disordine organizzato. Sono preso da un orrore sacro. Il mio passo si fa religioso. La mia voce cambia, diventa un poco più alta che se fossi in chiesa, ma meno forte di quanto non mi accada nella vita. Presto non so più che cosa sia venuto a fare in queste solitudini cerate, che ricordano il tempio e il salone, il cimitero e la scuola».

Risale invece al XIX secolo la concezione di artista come genio creatore, dell’opera d’arte come sacrale espressione delle sue doti innate.

Questi concetti, validi ma palesemente datati, sembrano essere fin troppo radicati nella mente di molti, alimentando un modo vecchio di pensare l’arte, le istituzioni culturali e la loro fruizione.

Lo dimostra la moltitudine di commenti negativi riguardo la visita notturna di Chiara Ferragni agli Uffizi di pochi giorni fa, prima della quale c’era stata un’altra, super discussa, visita presso i Musei Vaticani grazie ad un Tour “ad hoc” che, sacrilegio, ha permesso all’ influencer di scattarsi dei selfie nella Cappella Sistina.

 

Chiara Ferragni e il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt

Chiara Ferragni e il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt

Influencers e musei, binomio impossibile?

La portata del fenomeno “Chiara Ferragni” è impossibile da ignorare: rendendo la sua passione per la comunicazione un lavoro (praticamente inesistente una decina di anni fa) è divenuta una delle influencer più note del panorama internazionale, con un seguito su Instagram di ben 20,5 milioni di followers. Ogni suo post genera numeri stratosferici, che si tratti di euro, likes o impressions.

Sono molte le aziende e le istituzioni che si affidano a Chiara per ottenere un notevole ritorno di immagine, pagandola profumatamente.

Quindi, secondo quale logica un’istituzione culturale non dovrebbe cogliere la palla Ferragni al balzo, appena ne ha l’occasione?

In un’epoca in cui dire che il lavoro in ambito culturale scarseggia è un eufemismo, in cui una miriade di musei restano chiusi e l’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole sembra diventare un miraggio, risulta quantomeno controproducente considerare musei, monumenti e opere d’arte come qualcosa di sacro, elitario, comprensibile a pochi.

I musei sono anche imprese culturali che, per sopravvivere, devono trovare il modo di generare profitto. Poco ci può fare chi pensa che il denaro sia qualcosa di vile che non deve intaccare la purezza dell’arte e della cultura. Saper trasmette l’idea di museo nel modo più efficace possibile, accrescerne le potenzialità con l’uso della tecnologia, “contaminarlo” con altri tipi di arte, sono metodi estremamente efficaci non solo per far si che l’impresa sopravviva, ma anche per farla vivere in modi diversi, per conferirle differenti immagini in grado di raggiungere differenti pubblici.

Altri casi di valorizzazione del patrimonio culturale

Dopo tutto queste operazioni esistono da sempre e non saranno i sedicenti amanti dell’arte a fermarle: a pochi giorni fa risale il video di Mahmood, Dorado, ambientato al Museo Egizio di Torino. Nel 2018 i Carters hanno girato il video di APES**T al Louvre. Luoghi come la Reggia di Caserta sono stati spesso location di film e serie TV, come Star Wars: Episodio I nel 1997 e recentemente The Great con Elle Fanning.

Elle Fanning in una scena della serie TV The Great girata presso la Reggia di Caserta 

Elle Fanning in una scena della serie TV The Great girata presso la Reggia di Caserta

Tantissime sono le sfilate di moda ambientate in siti di interesse culturale, come quella di Gucci ai Musei Capitolini del 2019, la sfilata di Fendi davanti Fontana di Trevi (di cui ne aveva anche finanziato il restauro) nel 2016, per non parlare del celebre Met Gala, una vera e propria sfilata di star al Metropolitan Museum che ha l’obiettivo di raccolta fondi.

Se la primissima edizione di un evento come il Met Gala risale addirittura al 1948, mi chiedo quando i detrattori della Ferragni e di qualsiasi tipo di “mercificazione della sacralità dell’arte” vi raggiungeranno nel 2020.

Perché i musei, nel 2020, ci sono già, o almeno ci provano.

 

In copertina: “La primavera di Botticelli” Galleria degli Uffizi. © Photo credit: unsplash

Elena (@elenasdoodles) ha 25 anni ed è una studentessa di Storia e Critica d’Arte con una passione per l’illustrazione e tutto ciò che ha a che fare con le arti figurative