di Eleonora Vallin |

La storia di Buenos Aires è scritta nel suo elenco telefonico.
In Argentina almeno il 60% dei residenti ha origini italiane.

La gente ti ferma per strada perché riconosce il “made in Italy” ed è onorata nel raccontarti che suo nonno era di Genova, la nonna calabrese, lo zio di Torino… Napoli.
Nessuno però parla più italiano. Imparata poco e male, la nostra lingua è stata dimenticata.
L’Italia qui è un sogno non più raggiungibile: “No tengo plata”.

La Casa Rosada
© Photo credit:pixabay

Andare in Argentina non è un viaggio semplice.
Per spostarsi abbiamo aspettato e preso dieci voli.
Territorio immenso, sconfinato. Orizzonti americani, paesaggi che cambiano colori. Si passa dai 20 gradi a – 6 in tre ore di volo.

Il cielo è di un azzurro incantato. I tramonti hanno tutte le sfumature del rosa.

L’Argentina è una terra lenta
dove le lancette dell’orologio girano a un ritmo diverso.

Si perde la cognizione del passare dei minuti, i giorni sembrano non avere fine. Non c’è fretta, c’è silenzio.

Aria buona, questo significa Buenos Aires, e io ne avevo bisogno; forse è per questo che, girando il mappamondo, il dito si è fermato qui per arrivare quasi fino a Capo Horn.  Per il nostro itinerario siamo partiti proprio dalla metropoli argentina.

Buenos Aires non ti arriva subito al cuore.
Il primo impatto può non essere favorevole.

Il centro, quello che si snoda tra Plaza de Mayo fino alla lunga Avenida 9 de Julio, è trasandato, sporco, decadente.
Ma Buenos Aires sono tante città insieme e si scopre un po’ alla volta.
Serve pazienza e un buon passo nel camminare, perché visitarla a piedi vale ogni falcata.

La parte nuova della città, i grattacieli di Porto Madero
© Photo credit: Flickr

La zona di Porto Madero, nuovissima, con i grattacieli e la ricostruzione del vecchio Porto inglese a mattoncini rossi è deliziosa.

Sembra quasi di essere a Londra e pullula di ristorantini e locali iper e ben frequentati.
I quartieri più belli sono la Recoleta dove si respira il verde degli enormi giardini pubblici e Palermo, dove risiedeva la borghesia argentina prima del crollo del 1929.
Le loro vecchie ville abbandonate durante la crisi economica sono divenute nel tempo sedi delle ambasciate.

La vera scoperta è più a Nord: Palermo Soho, una serie di viuzze bohemien con locali insoliti e boutique alla moda.
I giovani a Buenos Aires sono tutti qui. Di sera si accendono le luci, sembra quasi Natale. 

Eravamo a Buenos Aires, in centro nel quartiere artistico di San Telmo il giorno della Ferìa o mercato e anche delle primarie elettorali.
Città fortificata dai militari, tutti in strada con la scheda in mano per andare a votare! 

Alle urne il popolo ha scelto per il ritorno al passato: ha congedato il liberismo di Macri che gli aveva messo a pagamento perfino il calcio
– che in Argentina pulsa come il sangue nelle vene – e ha dato nuova forza agli ultimi rigurgiti di Peronismo con la rimessa in scena di una donna, Cristina Kirchner, già nota e già presidente oggi al fianco del vincente Fernandez. 

L’epoca dei colpi di stato, dei general,
del Peronismo non è lontana ma neanche tanto visibile.

Il fazzoletto bianco simbolo delle madri dei desaparesidos. © Photo credit: Wikipedia org

A parte una grande immagine di Evita ai microfoni della radio che campeggia su un edificio a un chilometro dall’obelisco, nulla ti appare evidente neanche quando ce l’hai sotto gli occhi.
Come quel fazzoletto bianco scolpito sulla pietra in Plaza de Mayo.
Ancora oggi, ogni giovedì alle 15, le donne si ritrovano in cerchio a chiedere giustizia per i loro figli, i desaparesidos.
Ne sono spariti trentamila. I corpi di alcuni di loro sono stati ritrovati sotto un cavalcavia.
I taxi quando trasportano i turisti talvolta si fermano.
C’è una sagoma d’uomo a grandezza naturale, i biglietti con i nomi dei morti rinvenuti e la foto degli scavi e del ritrovamento.
Una scena che lascia senza fiato. 

Altre due tappe quasi obbligatorie
sono la tomba e la visita al museo/fondazione Evita.

Tomba di Evita Peron.
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La storia di questa donna-icona, sepolta con il nome di famiglia Duarte, è quasi più sconcertante da morta che da viva: 33 anni in prima linea, il voto alle donne, i servizi ai malati, la cura di anziani e bambini, la sua unicità di giovane bella e bionda a fianco di un comandante che aveva rovesciato il governo con un colpo di stato.
Odiata e amata, anche oggi gli argentini si dividono.

Li unisce la figura di San Martin, il loro liberatore, l’uomo della loro indipendenza. Festeggiato in ogni angolo del paese il 19 agosto.

 

@eleonoravallin

vallineleonora.wordpress.com

In copertina:Uno dei simboli di Buenos Aires l’obelisco.

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