di Claudia Piccinno |

La discriminazione, sia essa di genere, etnica o religiosa, tra i banchi di scuola esiste e non si combatte negando le differenze, o ignorandole.

Anzi bisogna renderle visibili e conoscibili.

Occorre che tutti i docenti si formino nell’ottica di una pedagogia inclusiva che parta dalla conoscenza del singolo e porti ad una convivenza partecipata delle pluralità delle identità conoscendo limiti e risorse di ogni alunno e valorizzandone i punti di forza.

Se non vi è reale conoscenza del singolo bambino, se non iniziamo a chiamarli per nome, demolendo le categorie: maschio, femmina, straniero, disabile, dislessico, bes, etc rimarremo sempre ad un livello puramente didattico e non educativo.

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Le differenze biologiche e naturali vanno riconosciute,

ma vanno smontate quelle culturali,

vanno demoliti gli stereotipi e vanno sdoganati i ruoli.

Se continuiamo a ragionare per categorie, avalleremo gli stereotipi tessuti e diffusi nel sociale.

Perché una bambina non può immaginarsi astronauta? Perché un maschietto non può sognare di fare il ballerino? O di giocare con un passeggino in un parco?

Ma in quel sociale ci sono le famiglie, come anche la scuola, ci sono i testi scolastici e c’è la letteratura per l’infanzia.

Sappiamo come ciò che i bambini e le bambine guardano, leggono e ascoltano condiziona il loro sviluppo.

Il vedersi rappresentati fin da piccoli adatti o predisposti solo per alcuni ruoli e alcune attività rischia di incidere inevitabilmente sulle loro aspettative, sulle loro ambizioni, e sul modo di gestire le relazioni sociali.

Come scrive Laura Venegani nella sua tesi anche le fiabe sono un mezzo di trasmissione culturale degli stereotipi e svolgono un ruolo di forte polarizzazione tra caratteri femminili e maschili. Attraverso le fiabe, l’immaginario dei bambini è circondato e influenzato da rappresentazioni stereotipate che, interiorizzate, diventano veri e propri modelli di costruzione delle loro identità.

Sono cresciuta leggendo Cenerentola e Biancaneve e ho sempre rifiutato la gabbia del focolare domestico, le principesse smorfiose e addomesticate in attesa del principe azzurro. Ho amato Pocahontas e Pippi Calzelunghe, che si ribellano ai modelli preconfezionati, ma anche Il Mago di Oz che porta all’accettazione del sé coi propri limiti e le proprie risorse.

Ho apprezzato le moderne rivisitazioni Disney di alcune storie, ad esempio Mulan*, che finalmente esce dai luoghi domestici e vive l’avventura; Shreck in cui si attribuiscono a Fiona qualità finora prerogativa degli uomini: forza e intraprendenza.

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Occorre smontare le categorie,

occorre riscrivere le fiabe classiche da punti di vista diversi,

abituare i ragazzi a utilizzare un diverso io narrante.

Molto possono fare gli insegnanti per educare alla parità, moltissimo gli autori e gli editori.

Occorre contrastare l’invisibilità del genere femminile e il machismo nei libri di testo e nelle illustrazioni. Occorre evitare le coppie oppositive nelle descrizioni, si abusa di aggettivi per rappresentare le donne indaffarate e servizievoli, l’uomo è sempre forte e valoroso. Per fortuna c’è una maggiore attenzione negli ultimi anni e la narrativa s’interroga sulla ricerca di controesempi.

Mi piace citare alcuni testi che ampliano l’immaginario dei bambini e delle bambine, fornendo proposte alternative, tra questi:

  • Favole Capovolte di Florisa Sciannamea, Adda editore
  • Il pianeta stravagante, a cura di Roveda, Edizione Giralangolo
  • Il sogno di Rosso ciliegia, Shirin Yim Bridges, Motta junior
  • Una bambola per Alberto, di Charlotte Zolotow, Edizione Giralangolo

@cippinna

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