THE WHALE

Io personalmente adoro Darren Aronofsky già da tempi di The Fountain- L’albero della vita, film del 2006.

Il suo Tomas Creo, interpretato da un fantastico Hugh Jackman, nella ricerca spasmodica di comprendere la morte, è rimasto impresso a lungo nella mia mente.

Lo scandaglio filosofico dell’esistenza umana, comprendere il senso dell’angoscia e l’universalità dell’amore, tornano elementi fondanti del suo cinema. Elementi sempre mostrati con l’eccesso di una fotografia virtuosistica, con la ridondanza di narrazioni dove l’inevitabile consapevolezza si apre alla caduta delle illusioni ma considerate anche parte indispensabile e indissolubile dell’esistenza di ognuno di noi. 

Anche il suo controverso e potentissimo The Whale, con Brendan Fraser, è un magnifico viaggio metafisico dentro la coscienza. Il The Whale del titolo rimanda (anche) al romanzo di Herman Melville, Moby Dick, più volte citato nella pellicola e vera passione di Charlie, il protagonista del film. Ma, contrariamente a quanto si possa pensare, e cioè che il titolo rimandi alla stazza ingombrante del protagonista, i veri temi che legano il film al celeberrimo romanzo sono quelli della perdita e dell’ossessione. Della generosità e dell’egoismo. Della paura della morte e delle relazioni invece, salvifiche.

Charlie

Girato in formato 4:3, un formato più “quadrato”a stringere il corpo del personaggio principale dentro la gabbia, non solo simbolica, dell’inquadratura, il film racconta la storia di Charlie (Brendan Fraser, premio Oscar come Migliore attore protagonista), un professore d’inglese afflitto da un’obesità patologica, a rischio di insufficienza cardiaca, che vive in una reclusione forzata in casa. Quasi un’espiazione e un martirio, temi cari al regista.

In questo caso, infatti, l’obesità, la voracità alimentare, non è una dipendenza da superare, ma da abbracciare come forma di sacrificio ultimo per salvare l’umanità.

Charlie tiene corsi universitari di scrittura online, tenendo sempre la webcam spenta per non mostrarsi mai. Il suo “mostrarsi” è la finestra nera della webcam, un’oscurità che minaccia di inghiottirlo, trascinarlo nella voragine del dolore, della solitudine e della tristezza.

Così facendo Charlie, incapace di alzarsi per dire “esisto”, muore prima di tutto dentro, ogni giorno un po’, prigioniero della sua vergogna, spiaggiato (the whale) su un distesa di emozioni chiuse in se stesso, guardando il mare così lontano eppure così vicino che potrebbe salvarlo se solo facesse uno sforzo in più.

Charlie perde ogni rapporto con il mondo esterno, compreso il legame con la figlia adolescente, Ellie (Sadie Sink di Stranger Things), che non vede da diversi anni e che ha abbandonato otto anni prima, insieme alla madre, per seguire il suo amore assoluto per un allievo, Adam, il cui successivo suicidio, per sensi di colpa religiosi, è alla causa della sua obesità.

Sadie Sink, Ellie

Unica presenza che riesce ad avere un contatto dal vivo con lui, Liz, (Hong Chau in una performance superlativa) amica e infermiera che ne controlla l’andamento del quadro clinico, cercando disperatamente di convincerlo a ricoverarsi. Ma lui non vuole, usa scuse, si rifiuta.

Hong Chau, Liz

Solo dopo la diagnosi di incurabilità e la prospettiva di avere poco tempo ancora da vivere, l’uomo decide di riallacciare i rapporti con Ellie e, in un lavoro lungo e doloroso di scavo nei propri ricordi e nei traumi che lo hanno portato a essere l’uomo che è oggi, a ritrovare una pace che gli sembrava irraggiungibile.

Tratto dal dramma teatrale omonimo del newyorkese Samuel D. Hunter, che firma anche lo script di questo adattamento cinematografico, the Whale, ci trascina in un vortice di dubbi, sul senso della colpa, della redenzione, fuori e dentro il mondo interiore quanto quello fisico.

Brendan Fraser dimostra in questo lungometraggio difficile un’abilità straordinaria di esprimersi su altissimi livelli di drammaticità e pathos quasi insostenibile per lo spettatore da reggere. Dopo l’anteprima alla Mostra del cinema di Venezia, sia il film che l’attore protagonista hanno ricevuto una standing ovation di sei minuti.

Brendan Fraser agli Oscar

Un attore non scelto a caso. Gli abissi di dolore di Charlie sono anche quelli di Brendan Fraser, ripescato dall’oblio in cui l’attore stesso si era ritirato, abbandonando le luci della ribalta.

Alla fine degli anni Novanta, Fraser con all’attivo molti film d’azione, stava per diventare una grande star di Hollywood. Era molto bello e bucava lo schermo. Ma una serie di incidenti sul set e il divorzio minarono la sua serenità che mostrava già le prime crepe.

Il colpo di grazia arrivò con la presunta violenza sessuale subita per mano di Philip Berk, uno dei presidenti della Hollywood Foreign Press Association, che organizza i Golden Globe, nel 2003. Berk respinse ogni accusa e Fraser, devastato, fu preda di una grave depressione.

Dopo diversi anni di assenza dalle scene importanti, e grazie al supporto del movimento #MeToo, avvenuto nel 2006, Fraser ha intrapreso la sua personale storia di rivincita. Rimarginate le ferite psicologiche anche la sua professione risale grazie al progetto di Aronoksky.

In questo film, Fraser non solo ha dovuto affrontare i suoi demoni del passato, interpretando un uomo profondamente depresso, ma trovare il coraggio per una propria riconciliazione con l’esistenza.

COLONNA SONORA

In ogni pellicola la colonna sonora ha per me un ruolo fondamentale. A curare quella di The Whale è Rob Simonsen, e lo fa creando un’atmosfera perfetta e estremamente commovente. La traccia numero 7, “darting distance” ti stringe il cuore.

Ricordiamo che Simonsen ha creato, sotto la guida del compositore Mychael Danna, le musiche aggiunte a VITA DI PI (Life of Pi) di Ang Lee (che ha vinto un Oscar per le migliori musiche).

Simonsen racconta in un’intervista che per accompagnare e rendere bene la difficoltà respiratoria di Charlie, a casa della sua obesità, e far entrare lo spettatore in connessione empatica con lui, si è affidato a strumenti come organo, ottoni e un particolare tipo di flauto.

Addirittura Simonsen, ha chiesto al musicista e artigiano di strumenti musicali, Winne Clement, di costruire un flauto dalle grandi dimensioni, che fosse in grado di raggiungere tonalità particolarmente basse e gravi in modo da simulare il suono emesso da una balena.

the whale

Simonsen ha poi ripreso tutti questi prodotti e li ha modificato in digitale unendoli a quelli dell’organo, degli ottoni e degli archi per un effetto finale particolarmente immersivo e di grande potenza emotiva e spirituale.

La frase tratta dal film: “I don’t think that anyone can save anyone” (“non credo che nessuno possa salvare qualcuno”)

@IncantoErrante